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lunedì 13 agosto 2018

Il movente "teoretico": Puritani e Vecchio Testamento


Di Mondart
"Nel dettaglio si nasconde il demonio"

   Dagli studi di Kleeves prendiamo ancora una volta lo spunto per capire il modo di pensare, comprendere la "visione del mondo" di questa particolare tribù che, migrata dall'Inghilterra nel Nuovo Mondo, diede origine alla civiltà americana, e per cercare veramente di capire perché ancora oggi non se ne stiano tranquilli a casa loro.

   Cosa che in effetti non hanno mai mai fatto fin dagli inizi della loro civilizzazione, in quanto la loro pratica di vita è sempre stata improntata all'espansionismo ed alla sottomissione cruenta, dove non al vero e proprio annientamento, delle popolazioni con cui sono venuti in contatto, conducendo più di 200 conflitti armati in altrettanti anni di civiltà (senza contare quelli soltanto provocati e condotti in modo indiretto), e dimostrando sempre una sorprendente predilezione per le stragi sia di combattenti che di civili: uno stragismo che ad oggi ha fatto qualcosa come 30 milioni di morti. Predilezione che dovrebbe indurre non poche perplessità ed imbarazzo in ogni persona dotata di buon senso, nonché ad una profonda riflessione volta a comprendere sia la reale natura che tutta la pericolosa portata del fenomeno stesso.

   Se nel post precedente abbiamo analizzato il movente "storico" dell'eterno fascino che la conquista del mercato d'Oriente ha da sempre esercitato nella mente di questi "mercanti armati", qui ne analizzeremo il postulato filosofico-religioso di base, che coincide sostanzialmente con l'adozione a modus vivendi della particolare interpretazione fatta ad opera dei Puritani del Vecchio Testamento.

   Si tratta di una deriva particolarissima, un'ulteriore estremizzazione del Protestantesimo già "spinto" di Calvino, un fondamentalismo che estrapolando solo i dati di comodo dalla lettura del Vecchio Testamento (vedasi per esempio l'argomento "schiavitù", tollerata nelle Scritture fino ad un massimo di sette anni, periodo dopo il quale lo schiavo deve essere rimesso in libertà, ed applicata da questi furbacchioni non solo con l'estensione a vita della schiavitù, ma addirittura con la teorizzazione della sua ereditarietà!) arriva a negare ogni concetto di carità e di amore fondanti per la dottrina cristiana e ritenere non solo permessi, ma eticamente giusti e desiderabili i loro esatti opposti, ossia l'avidità, l'accumulo di ricchezza, e il non ritenersi in alcun modo responsabili della sorte altrui.

   Una necessaria parentesi per capirci al volo: la tesi di questo ciclo di post, già preannunciata in "Ma perché non se ne stanno tranquilli a casa loro?" è che queste non siano ancora le vere motivazioni di fondo, ma solo le "razionalizzazioni logiche", o per meglio dire gli elementi storico/culturali che hanno favorito l'evolversi di una fondamentale patologia sociale di tipo sadico-distruttiva, vero movente e "motore immobile" di tutta la storia americana.
   Patologia selezionata appunto da una serie di fattori storico filosofici e comportamentali che hanno dapprima portato al potere una caratterialità umana ben precisa, e poi spinto all'orientamento dell'intera struttura sociale in modo da adattarla alle proprie particolarissime esigenze; abbiamo così una caratterialità sadica di potere, che sviluppa una società di tipo distruttivo e necrofilo.
   Per inciso, sia detto che plasmare un'intera società sulle esigenze di un gruppo è più semplice di quanto la gente comunemente ritenga: politicamente questo è avvenuto parassitando la forma di democrazia parlamentare attraverso un'oligarchia di ricchi che da subito si è posta alla guida del Congresso, perpetuandosi poi attraverso un sistema elettorale elitario e fondato sul denaro, che consente il reale accesso alla vita politica solo ad una piccola, ben selezionata e preconfezionata "Nobiltà" (un establishment, è bene ricordarlo, che nel 1945 aveva a disposizione metà del reddito mondiale); mentre socialmente è reso possibile ingannando mediaticamente l'opinione pubblica sia sulla vera natura della forma istituzionale che sui reali fini da essa perseguiti... e su questo la popolazione americana dovrebbe al più presto aprire gli occhi, in quanto è lei per prima ad essere usata da un potere patologico e criminale.

   
   A maggior ragione chi scrive considera assolutamente fallaci e futili le motivazioni portate da certi pseudo-analisti che vedono nella semplice lotta per "il petrolio e l'energia" o "per questioni economiche tout-court" il movente ultimo di un agire che vedrebbe nel benessere dei popoli, nelle crisi economiche o nel bisogno di fonti di energia il movente di questo oscuro agire: BALLE, non fosse per il semplice fatto che sia l'economia che le crisi sono condotte ad arte proprio verso il loro fallimento attraverso gli strumenti della Moneta Debito e del Debito Pubblico, e che le risorse energetiche, in un mercato "normale" e non truccato da una cupola di criminali, sarebbero semplicemente fonte di scambio economico e reciproco benessere, e non di guerre e stragi spinte solo attraverso la falsa percezione indotta nel popolino delle dinamiche sottostanti. Chi continua a dissertare sul petrolio, economia e cazzate varie è quindi COMPLICE degli stessi criminali al potere, ed in questo ancora più infido e falso dei media di regime che propagandano "l'esportazione della democrazia": quelli infatti una mezza verità la dicono, in quanto è proprio una forma parlamentare simile alla loro che questi vermi parassiti, queste tenie, questi delinquenti, questi topi di fogna ritengono il terreno più adatto alla loro propagazione.

   A chi si ostina a vedere una natura politica (nel senso etico ed etimologico del termine) quale movente di tale agire, voglio solo ricordare cosa successe con i Nativi d'America: quale VERO motivo c'era di condurre alla loro totale estinzione, un'estinzione che mirava ad ucciderne il pensiero e la cultura, ancor prima che i corpi? Non sarebbe stato più "naturale" trattare con loro, acquistare delle terre e convivere pacificamente formando una vera fusione di popoli e scambio di culture? Non è proprio questo che si intende per progresso umano? Già quel primo antefatto dovrebbe indurci tutti a "star su con le orecchie", perché la nostra ingenua dabbenaggine rischia di farci fare la stessa fine degli Indiani d'America, mentre i Tex Willer di turno ci rabboniscono con le loro fandonie e finte chimere a buon mercato, atte solo a camuffare il vero volto del loro padrone.

   Vero volto, vero carattere psicologico che è chiaramente rivelato anche nell'immaginifico di UFO, alieni ed extraterrestri vari (ossia nell'inconscio L'ALTRO per antonomasia): questi qui se la prendono guardacaso sempre con gli americani, e con tutto lo spazio che c'è al mondo atterrano sempre a New York City in pieno traffico cittadino, sono sempre cattivi e animati da un insano desiderio di sopraffazione e di dominio... ossia abbiamo un'esatta cartina al tornasole, un test Rorschach dell'inconscia proiezione psicologica del loro stesso carattere di base: che è sadico verso il soggiogato, ma al tempo stesso dominato da una folle paura di tipo masochista verso ogni fantasmatica percezione di una minaccia esterna (provate a sostituire il termine "alieno" con "terrorista" o "massa della popolazione", per vedere l'effetto che fa!). Lo stesso film "Alien" altro non è che la perfetta proiezione inconscia della loro cultura, del loro pensiero, del loro tratto caratteriale sadomasochista per cui si materializza come incubo e minaccia proprio ciò che essi stessi fanno agli altri: parassitarli riproducendosi attraverso i loro corpi, le loro civiltà, le loro organizzazioni statali, le loro economie. E l'america stessa, fin dalla sua nascita, altro non è che questo: un gigantesco scherzo della natura, una variante impazzita del genere umano, uno strano organismo geneticamente modificato, un Alien che si traveste da Marilyn.

Eh sì, perché bisogna cominciare ad intenderci sui termini signori miei, sia sul loro preciso significato etimologico che sulla portata dei disastri che fa nell'immaginario collettivo il loro calcolato uso improprio: il termine "Cannibale", per esempio, sta ad indicare una persona che in determinate occasioni (vuoi rituali, vuoi per forzatura, vuoi per manifesto disturbo mentale) si nutre dei suoi simili. E se posso intellettualmente simpatizzare e perfino ammirare il guerriero che in battaglia strappa il cuore dal petto dell'avversario e se ne nutre, celebrando così un rituale inteso ad appropriarsi della sua forza e del suo coraggio, resta il fatto che il cannibalismo è socialmente accettabile finché resta, appunto, circoscritto in questi ambiti molto particolari e numericamente irrilevanti...

   ...ma la Natura stessa, ancor prima dell'uomo, si difende dalle devianze potenzialmente pericolose introducendole con estrema parsimonia numerica, e favorendo sempre il possibile evolversi verso attitudini socialmente accettabili anche delle pulsioni più primitive. Così che anche la forma più alta e spirituale di amore, per esempio, ha in sé l'idea del cannibalismo in quanto "fusione e assimilazione" con l'altro: non dice forse Cristo "prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo", e non diciamo forse alla persona amata "ti mangerei tutta" ad esprimere il nostro desiderio, affetto e la nostra ammirazione per la sua bellezza?

   Significati e pulsioni primitive, dalle quali dipende la sopravvivenza stessa, sono innati in noi così come sono innate le potenzialità affinché esse evolvano verso qualcosa di socialmente accettabile: l'idea del "mangiare" è pertanto insita in una miriade di comportamenti adattivi, dove si va dall'atto fisico vero e proprio del nutrirsi all'amore filosofico per il sapere: in entrambi i casi si sfrutta la stessa pulsione originale, indirizzandola verso obiettivi accettati; pulsione che può occasionalmente riproporsi nella sua forma primitiva in casi estremi o in situazioni limite, come nel caso dei "sopravvissuti delle Ande", dove messi di fronte all'alternativa di morire di fame i sopravvissuti non disdegnarono di mangiare fettine dei loro compagni morti nell'incidente aereo... ancora a sottolineare che tali pulsioni non sono in sé "malvagie", ma esistono proprio per favorire la vita e la sopravvivenza dell'individuo e della specie.

   Ma se mezzo mondo comincia a trasformarsi in cannibale, beh allora, forse, è il caso di cominciare a preoccuparsi, sia nel suo che nel nostro interesse e salvaguardia, forse è il caso di cominciare a capire che "qualcosa si è rotto, qualcosa non va"! Allo stesso modo non è più accettabile ostinarsi a chiamare con termini vecchi e fuorvianti fenomeni che sono diventati la mostruosa metastasi della cellula originaria: non possiamo continuare a chiamare e giustificare come "commercio" il monopolio e lo sfruttamento condotti su scala globale, né come "normale diritto" l'ingiustificato espansionismo di una tribù che, chissà poi in base a cosa, ritiene plausibile prevaricare e distruggere intere civiltà e pensare che tutto il mondo sia di sua proprietà.

Ecco: vediamo quindi di capire, attraverso qualche stralcio dagli scritti di John Kleeves, come e perché questa tribù si sia messa in testa queste convinzioni tutte sue.

 
 [...] Il termine "puritano" si è affermato nel mondo occidentale come sinonimo di persona bigotta e di costumi sessuali eccessivamente rigidi, ma intimamente ipocrita.
   Questi erano in effetti i tratti più evidenti dei Puritani storici. Ma i Puritani storici erano molto più di questo. Come abbiamo visto, per un insieme di circostanze nell'Europa del Quattro-Cinquecento si andava delineando un nuovo tipo umano, un nuovo atteggiamento psicologico verso la vita. Esso nasceva dall'incontro fra un individualismo materialistico istintivo e la teoretica del Vecchio Testamento, che gli offriva una razionalizzazione, una protezione ed un sistema di propagazione nello spazio e perpetuazione nel tempo. Si originava, così, una valutazione globale della vita che forniva soluzioni specifiche e coerenti in ogni aspetto dell'umano e che, lasciata libera di esprimersi, avrebbe generato una civilizzazione nuova. I Puritani erano gli esponenti più coerenti di questa nuova cultura europea, coloro che più sfruttarono gli spunti del Vecchio Testamento. Erano in effetti quelli che ne avevano più bisogno dal punto di vista esistenziale e infatti, liberi di esprimersi nel continente nuovo, diedero vita alla civilizzazione americana. Gli Stati Uniti non sono una società culturalmente composita, o derivata dall'incontro e dal contributo di differenti culture. Negli Stati Uniti non vi fu mai alcun melting pot. I Puritani formarono subito una società culturalmente congrua e compatta, quindi di semplice aggregazione da intuire e foriera di risultati concreti: conformandosi ad essa non era difficile raggiungere l'agiatezza, facilitati anche dalla obiettiva ricchezza del paese. Alla seconda o terza generazione i discendenti dei nuovi arrivati ne facevano già parte, se non nominalmente, di sicuro nella realtà effettiva.

   [...] "Traevano ogni ispirazione dal Vecchio Testamento, o almeno erano convinti di farlo. L'idea fondamentale era che la ricchezza materiale, e più in generale il benessere materiale, compreso quello fisiologico, rappresentava un segno di elezione divina. Un individuo era eletto se Dio lo predestinava alla virtù di osservare i Comandamenti. Non c'era obbligo alla solidarietà reciproca né a compiere opere di bene. Il rispetto richiesto per i Comandamenti era letterale, cioè formale. La figura di Gesù era totalmente ignorata, benché certamente si definissero "cristiani".
   I Puritani, come del resto un po' tutti gli altri Protestanti, operarono una certa mirata selezione anche nell'ambito del Vecchio Testamento, a ulteriore dimostrazione del principio utilitaristico alla base di tutta l'operazione. Consideriamo, per esempio, la schiavitù. È vero che il Vecchio Testamento la giustifica, ma solo in una certa ottica. Fra gli ebrei storici gli schiavi diventavano tali in genere per un debito non pagato e quindi, una volta di proprietà del creditore, erano trattati bene e venivano considerati un po' come parte della famiglia. Dio enuncia a Mosè un certo numero di precetti sul modo di trattare gli schiavi, ma i Puritani gli ignorarono.

   [...] "Un concetto importante per i Puritani, che si rivelò gravido di conseguenze inaspettate, era quello di popolo eletto. Chiunque pensa che il Vecchio Testamento, nel parlare di "popolo eletto", si riferisca anche a lui deve convincersi di far parte di quella particolare "elezione" divina presa in considerazione nel testo biblico; e così facevano i Puritani. Al popolo eletto Dio destina una patria opulenta, e i Puritani certamente si diressero in America pensando che fosse la loro Terra Promessa. Gli indiani erano destinati alla distruzione per loro mano così come lo erano stati i cananei per Giosuè e i Giudici. Non solo, ma quando i Puritani scorgeranno un po' più in là una terra ricca o in qualche modo appetibile penseranno sempre di averne diritto, un diritto che giustificherà anche i mezzi più cruenti, stermini compresi. La debolezza della resistenza incontrata sarà un segno divino, mentre la sua tenacia li scandalizzerà. Le implicazioni in politica estera e militare di questa concezione non possono sfuggire e, come si vedrà, non cesseranno mai di influire nella storia statunitense.

   [...] "In campo religioso essi non riconobbero più la gerarchia della Chiesa d'Inghilterra, e bandirono tutte le manifestazioni esteriori di culto introdotte arbitrariamente dalla Chiesa Cattolica, che quella aveva conservato: i vestimenti rituali, il segno della croce, particolarmente nel Battesimo, la genuflessione durante la Comunione, l'uso della fede nel matrimonio, l'osservanza delle festività per i Santi, compresa la celebrazione del Natale, ed in genere tutto quanto prescritto dal The Book of Common Prayer, una specie di breviario pubblicato dalla Chiesa d'Inghilterra. In particolare celebrare il Natale nel New England fu illegale sino alla prima metà dell'Ottocento, e ciò nonostante la separazione fra Chiesa e Stato decretata dalla Costituzione del 1787.
   La loro organizzazione politica si basò su due concetti fondamentali: quello dell'uomo singolo che doveva essere assolutamente libero di poter fare la sua fortuna materiale, vincolato solo dal rispetto dei Comandamenti; e quello della comunità che doveva solo sorvegliare che i medesimi fossero appunto rispettati.

   [...] "I Puritani rappresentavano l'antitesi della democrazia. Essi non credevano affatto che gli uomini fossero tutti uguali, e tantomeno che avessero gli stessi diritti.
   Alcuni in effetti potevano anche essere ridotti in schiavitù. Essi pensavano al governo ad una oligarchia di uomini virtuosi e meritevoli che soli avevano - collettivamente e quindi... democraticamente - il diritto di regolare i modi e i mezzi con i quali un eletto aveva la possibilità di realizzare a pieno la volontà divina, che si manifestava col successo o l'insuccesso materiale. L'accesso a tale oligarchia non poteva essere negato a chi, diventato ricco e magari essendo anche in buona salute, dimostrava di essere per definizione uno di loro. Di qui deriva un altro aspetto della loro apparente democraticità, oltre che del loro repubblicanesimo: l'abolizione del concetto di élite per via ereditaria e l'introduzione di élite aperta, appunto "democratica". In pratica, alla nobiltà per diritto divino, indimostrabile, di stampo medioevale i Puritani sostituirono la nobiltà per diritto divino dimostrabile, appunto attraverso la ricchezza materiale. Gli americani attuali accettano di buon grado che i loro dirigenti politici e funzionari dello Stato siano quasi tutti uomini estremamente ricchi, e la giustificazione risiede implicitamente in quel ragionamento puritano.

   [...] "A questo punto gli Stati Uniti non dovrebbero più essere degli illustri sconosciuti.
   A partire dal 1945 hanno eretto attorno al proprio sistema un grande sbarramento, una cortina fumogena fatta di propaganda, di disinformazione, di travisamenti, di mezze verità e di bugie intere che toccano tutti gli aspetti della realtà, dalla storia all'attualità, alle relazioni estere, e che è di un'efficacia tremenda, perché viene attuata su tutti i piani della comunicazione umana e realizzata grazie ad una concertazione così perfetta e così corale da non avere precedenti nella Storia. Si può concludere che tutti i fatti della politica estera americana sono sempre stati caratterizzati dallo stesso motivo conduttore e sono serviti immancabilmente a un unico scopo: procurare condizioni le più vantaggiose possibili alle aziende americane che operano all'estero o con l'estero, cioè alle Multinazionali. In altri termini, fin dalle origini la politica estera americana è stata calamitata da un preciso miraggio, situato in cima al suo orizzonte visivo: la conquista del mondo e delle sue risorse.

   [...] "Un'altra costante emerge con evidente chiarezza nella storia americana. Ci riferiamo alla
violenza sanguinaria contro il genere umano. Gli indiani furono sterminati e si è visto con quali sistemi e in quale consistenza numerica (circa cinque milioni). I neri furono non solo schiavizzati, ma trattati come animali. In conseguenza dello schiavismo americano furono sterminati in Africa circa 40 milioni di individui. Con i bombardamenti di civili durante la Seconda Guerra Mondiale uccisero tre milioni di persone, in Europa e in Giappone. Provocarono poi la morte di un milione di prigionieri di guerra tedeschi, su un totale di tre milioni. Sempre con i bombardamenti sterminarono verosimilmente quattro milioni di persone in Corea e probabilmente sei milioni di persone in Vietnam, Laos e Cambogia. Invadendo Panama nel 1989 bombardarono il quartiere popolare di El Chorrillo a Panama City uccidendo circa duemila persone; lo fecero solo a scopo di punizione e come monito a non ribellarsi più agli Stati Uniti in futuro. Non vi era alcuna necessità, infatti, lo fecero per spargere il terrore, e questo può definirsi senz'altro "terrorismo". Durante la breve Guerra del Golfo colpirono ancora i civili, uccidendone circa 300 mila.
   Finora ci siamo riferiti alle guerre dichiarate, ufficiali, condotte alla luce del sole.
   Ci furono poi gli innumerevoli massacri, grandi e piccoli, perpetrati dai regimi fantoccio degli Stati Uniti e che gli stessi manovrarono o incoraggiarono a compiere, nell'ambito della politica neocoloniale del dopoguerra; qualche volta vi parteciparono direttamente con uomini e mezzi, come per esempio in occasione dell'invasione di Timor Est da parte della neocolonia dell'Indonesia, nel corso della quale furono uccisi circa 700 mila civili. Il totale di queste vittime, come si è detto in precedenza, è da valutare intorno ai 30 milioni di unità.

(da John Kleeves, "Un Paese Pericoloso")



   

     

sabato 11 agosto 2018

Il movente "storico": la conquista del mercato d'Oriente



Il fine ultimo della politica estera americana è sempre stato uno solo: il tentativo di conquistare il Mercato dell'Oriente.

   Tale obiettivo ha fondato gli Stati Uniti, ne ha dominato la politica estera, ne ha anche plasmato la geografia. Come abbiamo visto, in ultima analisi è a questo scopo che i Puritani emigrarono in America settentrionale. Il Mercato dell'Oriente negato dalla Gran Bretagna fu il motivo segreto ma decisivo della Guerra di Indipendenza. Fu la vera causa di un'altra guerra contro la Gran Bretagna, quella del 1812: la possibilità di procurarsi le pellicce da scambiare in Cina.

   E fu il motore della Conquista del West, il cui movente principale era il raggiungimento dei porti sul Pacifico. Fu anche il miraggio che, di fronte alla secessione del Sud, fece decidere il Nord per la Guerra Civile. Da ultimo, fu il motivo che spinse gli Stati Uniti a occupare le Filippine, le Hawaii e tutte le altre isole del Pacifico. Per la stessa ragione fu comprata l'Alaska, la "Ghiacciaia di Seward". Fu per il Mercato d'Oriente, in sostanza, che gli Stati Uniti intervennero in modo tanto pesante e con tanta insistenza in America Centrale e nei Caraibi: oltre alla frutta e allo zucchero era in gioco anche il controllo sul canale che dai primi dell'Ottocento si voleva tagliare nella zona, fondamentale per il traffico diretto in Cina dalla costa orientale Americana e all'Europa. Alla fine il canale fu tagliato a Panama, ma per lungo tempo si pensò di tagliarlo in Nicaragua, fatto che spiega anche i numerosi interventi armati statunitensi in tale paese. Un altro canale può ancora essere tagliato in Nicaragua, facendo concorrenza a quello di Panama: il che spiega il grande interesse ancora attuale degli Stati Uniti per il paese. Ma questo è niente. La volontà di conquistare il Mercato dell'Oriente ha determinato per gli Stati Uniti la strategia da tenere con l'Europa Occidentale e con la Russia, oltreché naturalmente con il Giappone e con la Cina, che da ultima in sostanza costituisce tale Mercato. Infatti assorbire il Mercato dell'Oriente non è facile; occorre fare i conti con tutte le grandi potenze dello scacchiere. In pratica il grande teorema della conquista del Mercato dell'Oriente ha portato con sé dei corollari, delle condizioni da soddisfare necessariamente per la sua risoluzione.

   Appena ottenuta l'indipendenza dalla Gran Bretagna fu subito chiaro agli americani quale fosse il primo corollario, la prima condizione necessaria per nutrire speranze sul Mercato dell'Oriente: la Balance of Power in Europa. Era in pratica la politica seguita in Europa dalla stessa Gran Bretagna per lo stesso scopo: impedire che in Europa continentale sorgesse una potenza dominante che unificasse la terraferma. Tale potenza avrebbe potuto essere prima la Spagna, poi la Francia, poi la Germania - sempre la Russia. Fosse sorta tale potenza, si sarebbe formato un blocco europeo che avrebbe dominato la scena mondiale dal punto di vista militare, e quindi anche dal punto di vista commerciale: anche nel caso in cui la Gran Bretagna fosse riuscita, per qualche miracolo, a rimanere indipendente avrebbe dovuto però sicuramente rinunciare al grosso dei suoi traffici commerciali internazionali. Questo era il motivo dei "giri di valzer" della Gran Bretagna in Europa, il suo partecipare a tutte le relative guerre alleandosi ora con questo ora con quello, combattendo oggi contro il suo alleato di ieri (da qui l'appellativo rivolto alla Gran Bretagna di "Perfida Albione"). Essa si alleva sempre con la parte più debole, al solo scopo di impedire all'altra di vincere in modo schiacciante, irrimediabile. Orbene, gli americani capirono che dovevano seguire la stessa politica di Balance of Power in Europa. La differenza era che loro nell'equazione inserivano anche la Gran Bretagna. Il concetto fu già espresso da George Washington nel 1789: "I guai dell'Europa sono i vantaggi degli Stati Uniti" disse, e intendeva esattamente questo.

   Verso la metà dell'Ottocento, dopo l'esperienza accumulata, gli americani scoprirono il secondo corollario. Non bastava la Balance of Power in Europa: bisognava anche demolire la Russia. Anzi questo era il corollario principale se si voleva prendere il Mercato dell'Oriente. Come si è visto, questa dottrina fu messa a punto verso il 1860 da William Henry Seward, Segretario di Stato di Abraham Lincoln. Il ragionamento di Seward era ineccepibile. La Russia era il vero nemico degli Stati Uniti. Essa stava in Europa e partecipava all'equilibrio di forze in quell'area, ma stava diventando sempre più grande e potente: avrebbe potuto rompere quell'equilibrio e diventare la potenza dominante in Europa, formando quel Super-Blocco europeo continentale tanto temuto. Essa stava anche in Asia, sopra la Cina: offrendo la sua alleanza a questa la poteva proteggere dai tentativi degli occidentali di penetrarvi, chiudendo così per tutti la porta del Mercato dell'Oriente. Iniziava così - nel 1860 - l'ostilità degli Stati Uniti verso la Russia. Avendo in mente questi concetti fondamentali - il Mercato dell'Oriente; la Balance of Power in Europa continentale; la demolizione della Russia - gli atti della politica estera americana sono di immediata interpretazione.

IL NEOCOLONIALISMO AMERICANO   
Ci fu un periodo - la seconda metà dell'Ottocento - in cui gli americani pensavano di farsi
delle colonie, sull'esempio europeo. Anche William Seward pensava a questo quando progettava l'annessione del Canada e dell'America Centrale. Anche il senatore Beveridge. Furono così assorbite in quel periodo le Hawaii, le Filippine, Cuba, Portorico. Ben presto gli americani si accorsero che tale sistema non era economicamente conveniente. Per poter sfruttare qualche piantagione o miniera e per poter vendere le proprie merci agli indigeni senza l'assillo della concorrenza estera occorreva sobbarcarsi l'onere dell'intera amministrazione del posto, mantenendo funzionari e soldati; inoltre c'erano di tanto in tanto delle rivolte da reprimere, coi relativi costi extra. Si veda per esempio il caso di Portorico, che gli Stati Uniti devono ancora sovvenzionare con tre miliardi di dollari l'anno a fondo perduto per mantenerlo in stato di relativa tranquillità, ricevendone in cambio praticamente niente - senza calcolare le spese della normale amministrazione.
   Cosa chiedevano gli USA, dopotutto? Che se dei privati americani vedevano una qualche opportunità economica in un paese estero, quello li lasciasse liberi di sfruttarle al meglio. Allo scopo bastava che il paese in questione avesse un governo sì locale, ma disposto ad accontentare gli americani e ad agevolarli nelle loro richieste.
   Un tale governo non poteva essere il frutto spontaneo di nessun paese: agevolare gli operatori esteri significa sempre danneggiare in modo rilevante il proprio popolo. Si trattava dunque di crearlo, questo governo locale, spendendo giusto un po' di danaro per insediarlo tramite la corruzione, la propaganda e magari un colpo di Stato, e per sostenerlo nelle repressioni interne che ogni tanto, inevitabilmente, avrebbe dovuto attuare. Nei primi decenni del Novecento gli americani si resero gradatamente conto di come tale sistema fosse infinitamente più conveniente del sistema tradizionale europeo delle colonie, e lo perfezionarono a livelli mai conosciuti prima nella storia.

   La prassi trovò una conferma clamorosa con le Filippine: dopo che nel 1946 gli Stati Uniti concessero "l'indipendenza", le spese di amministrazione e di repressione poliziesca e militare cessarono quasi del tutto mentre i profitti continuarono al livello precedente: il governo che gli USA avevano insediato continuava a non tassare i profitti delle società americane, a tenere quasi nullo il costo del lavoro, a importare prodotti americani senza dazi e così via. Rimanevano i costi del personale americano addetto alla propaganda occulta e all'assistenza poliziesca e militare, e restavano le somme per le corruzioni, ma il saldo era molto più favorevole di prima. Inoltre quel personale era in gran parte militare, di stanza nelle molte basi americane delle Filippine, dove avrebbero dovuto esserci comunque. Infatti non costa molto, in certi paesi, mantenervi i governi che si vogliono se si hanno le capacità e la posizione degli Stati Uniti... il costo di tre bombardieri B2 Stealth.
   In compenso il ritorno economico dell'investimento è fantastico: in America Latina, su un totale di qualche migliaio di aziende, operavano più di 100 grandi multinazionali statunitensi, le quali da sole ne ricavano profitti annui valutati mediamente sui 30 miliardi di dollari. Lo stesso Dipartimento del Commercio statunitense ha ammesso a suo tempo che, negli anni a cavallo del 1980, per ogni dollaro che le multinazionali statunitensi investivano in America Latina ne tornavano negli States tre. Sono risultati che non si possono ottenere neppure con una colonia normale; occorre avere appunto delle neocolonie, o colonie di fatto.

   A mettere a punto il sistema neocolonialista fu il presidente Franklin Delano Roosevelt il Brillante, in carica dal 1933 al 1945, allorché morì poco dopo essere stato rieletto per la quarta volta consecutiva. Nel 1933 ripudiò subito la Dottrina Monroe e la sostituì con la Good Neighborhood Policy. Cosa significava questa politica di buon vicinato? Significava che tutti gli interventi armati statunitensi all'estero contro paesi poveri - all'epoca soprattutto quelli dell'America Centrale - per farli sfruttare economicamente dalle proprie multinazionali non erano necessari.
   In più erano plateali, facevano una cattiva pubblicità nel mondo agli Stati Uniti e quindi anche ai loro prodotti commerciali, e suscitavano risentimento. Bastava adoperarsi acciocché tali paesi avessero dei governi amici degli Stati Uniti, amici come appunto dei buoni vicini. Naturalmente durante la presidenza Roosevelt nulla cambiò per i paesi dell'America Centrale se non le repressioni delle istanze popolari, che prima erano spesso eseguite direttamente dai marines americani, e ora invece erano affidate a polizia ed esercito locali.

   Sino al 1945 l'impero neocoloniale americano rimase piuttosto limitato: esso comprendeva tutta l'America Centrale con le isole caraibiche, anche allo scopo di proteggere il canale di Panama tagliato nel 1913 (per la cui esecuzione morirono 20 mila operai indigeni), e diverse isole e arcipelaghi del Pacifico, fra cui Filippine e Hawaii.
   Un tremendo impulso a procurarsi nuove colonie di fatto venne dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Come s'è visto, questa aveva privato gli Stati Uniti del Mercato della Cina, cuore del Mercato dell'Oriente, e lasciato loro solo il Pacific Market. Le multinazionali americane chiedevano al governo di Washington il più deciso appoggio per penetrare in questo o quel mercato alternativo. La strategia della Guerra Fredda adottata contro la Russia serviva perfettamente anche a tale scopo. Il contenimento della Russia era un'ottima scusa per formare alleanze militari; tramite la presenza militare americana nei paesi componenti la NATO si potevano creare all'interno dei medesimi governi amici degli Stati Uniti, nel senso rooseveltiano del termine.

   L'Anticomunismo Viscerale Americano era una buona scusa per intromettersi negli affari interni di tanti altri paesi; vi si provocavano colpi di Stato per evitare che i comunisti locali prendessero il potere. In realtà ciò che gli americani combattevano non erano i comunisti, ma tutte quelle forze che - se avessero preso il potere nel loro paese - vi avrebbero formato un governo votato all'interesse nazionale autentico del paese stesso, chiudendo quindi le porte in primo luogo alle multinazionali statunitensi. I comunisti, semplicemente, rientravano in questa categoria. Ma vi rientravano anche i nazionalisti veri, gli indipendentisti veri, tanti movimenti religiosi, islamici in testa; e tutti furono combattuti dagli Stati Uniti sotto l'ombrello della Guerra Fredda.
   Così gli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale videro una enorme espansione dell'impero coloniale americano, e lo portarono alla dimensione di oggi: esso attualmente (1998) comprende tutta l'America Latina dal Rio Grande in giù ad eccezione di Cuba; mezza Africa; mezzo Medio Oriente; la maggioranza dei paesi del Pacific Market. Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Indonesia, Thailandia.
   Lo slogan della New Frontier del presidente John F. Kennedy significava appunto questo: la creazione di tante neocolonie nel mondo, tante nuove terre di conquista, o frontiere. Allo scopo prevedeva anche l'intervento diretto dei marines - mercenari - e per il continente americano adottò di nuovo la Dottrina Monroe. In effetti, e in concreto, la New Frontier era in particolar modo l'America del Sud, sino ad allora lasciata relativamente tranquilla e che fu sovvertita, proprio a partire dai primi anni Sessanta, dalla presidenza di John Kennedy.

   I sistemi usati dagli Stati Uniti per espandere l'impero neocoloniale sono descritti nel libro Vecchi Trucchi. In breve: colpi di Stato, propaganda politica e culturale, corruzione, traffico di droga. Per il traffico di droga, in sostanza, gli Stati Uniti ricompensano molti esponenti dei loro governi amici facendoli partecipare al traffico, che gli Stati Uniti naturalmente controllano a livello mondiale sin dal 1949. Era il caso dell'Iran dello Scià, per esempio. Era anche il caso di Panama e del generale Noriega, che poi cambiò bandiera diventando un vero nazionalista e finendo così per essere rovesciato addirittura tramite un'invasione armata nel 1989.

(John Kleeves)