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domenica 6 dicembre 2015

Capitalisti con la pistola

di John Kleeves


Americani: Chi sono costoro?
   Definire il tipo psicologico medio dell'Americano non è così immediato. Cosa sono essenzialmente gli Americani, e qual è di conseguenza il campo a loro più congeniale, nel quale realmente eccellono? Per molti grandi popoli della storia la risposta è spesso stata agevole: i Romani ad esempio erano senza dubbio dei soldati, i Greci erano degli artisti, i Fenici dei commercianti, gli Egiziani dei religiosi (dei preti o degli occultisti a seconda), i Cinesi dei filosofi, ed è facile vedere come ognuno abbia costruito la sua fortuna in base alla superiorità derivata da quel particolare talento, il quale andò a plasmare la sua civilizzazione.

   Gli Americani sono certamente un grande popolo (se non altro per essere arrivati, ora come ora, a un passo dal dominio planetario; poi si vedrà) ma per loro si stenta a trovare una definizione. Benché siano sempre in guerra essi però non sono dei soldati, mancandogli i tratti fondamentali caratteristici, cioè il militarismo, l'attrazione per le uniformi, la propensione alla disciplina e soprattutto il valore: mai hanno vinto una guerra per le virtù militari, semmai per la tecnologia e la preponderanza numerica e materiale. Per quanto riguarda essere degli artisti, dei filosofi e dei religiosi non se ne parla neanche: pochi popoli disprezzano tali valori spirituali come gli Americani; sembrerebbe non essere così per la religione, vista la sua pervasività nella vita e sui media americani ma chiunque è stato negli USA sa che è tutta apparenza, tutti riti messi in piedi per certi motivi utilitaristici. Anche la tipologia del commerciante non calza perfettamente all'Americano, che sembra qualcosa di più; e poi non spiega questa tipologia la numerosità delle guerre combattute: il commerciante puro ama la stabilità della pace.

L'ibrida e pericolosa figura del commerciante armato
   Il problema a inquadrare gli Americani deriva dal fatto che essi non sono riconoscibili a un tipo psicosociale puro, a uno di quegli archetipi a tutto tondo come sono il soldato, il prete eccetera, ma appartengono alla categoria dei tipi sociali ibridi, intermedi. Gli Americani si identificano esattamente, infatti, con la figura del commerciante armato.
   E' una figura intermedia ma molto classica, della quale forse ci eravamo dimenticati. Nell'antichità il commercio era quasi tutto armato: nel bacino del Mediterraneo un rispetto accettabile della legalità arriverà solo con l'Impero Romano e prima chi si dedicava al commercio doveva anche essere un uomo d'arme e provvedere, più o meno direttamente, alla protezione armata di ogni sua attività, dalla raccolta o acquisto delle merci, al trasporto, all'immagazzinaggio, e anche all'esposizione e alla vendita al dettaglio nelle piazze. Era problematico in particolare il trasporto via mare, per la presenza fitta e costante di pirati: Pompeo condurrà nel 67 a.C. una delle sue spedizioni militari più impegnative proprio contro i pirati, che disperderà raccogliendo un'armata di 120 mila fanti e 500 navi da guerra, catturando 800 navi corsare ed espugnando 120 piazzeforti, o "covi", sulle coste. La stessa pirateria non era sempre molto distinguibile dal commercio: tutti i mercantili, anche quelli riservati all'uso più innocuo, potendo e in assenza di testimoni abbordavano altre navi, mentre era raro che un equipaggio lasciasse un porto di carico senza aver rapito all'ultimo momento qualche giovane o bambino da vendere schiavo nel porto successivo.

   Il commercio armato fu addirittura la specialità della più pericolosa potenza dell'antichità, Cartagine, la città fondata come colonia dalla fenicia Tiro nel 814 a.C. e poi resasi indipendente e divenuta superpotenza. Mentre i Fenici erano commercianti puri, i Cartaginesi erano invece commercianti armati e divennero potenti conquistando materie prime e mercati con un'azione continua di penetrazioni commerciali appoggiate da campagne militari, che li portò al controllo assoluto di tutto il Mediterraneo occidentale e delle sue coste (ad eccezione di quelle francesi, dove c'erano i Greci di Marsiglia, e di quelle peninsulari italiane, dove c'erano prima gli Etruschi, i Romani e i Greci e poi i Romani). Fra le materie prime miravano particolarmente agli schiavi e all'argento, metallo da monete. Erano continuamente in guerra ma a dimostrazione del fatto che non erano soldati le combattevano con mercenari, che arruolavano a piacimento da ogni dove pagandoli con quelle monete d'argento che a loro non costavano quasi niente. Il punto di forza della repubblica cartaginese però, più che l'esercito mercenario, era la flotta, che aveva capitani cartaginesi, equipaggi misti e schiavi ai remi, e che era usata per aprire nuovi mercati, per proteggere i mercantili dei loro armatori privati, e per impedire l'ingresso nel Mediterraneo occidentale (la metà esatta del mondo, per quei tempi) a qualunque concorrente.

Grazie Roma
   Poi i commercianti armati di Cartagine furono sconfitti dai soldati puri di Roma. Nella Terza Guerra Punica sembra che i Romani, più che piegare una città che in effetti non era più un pericolo, volessero distruggere l'idea stessa da essa rappresentata, compiere quasi un'operazione di eugenetica sradicando per sempre dalla Storia e dal Pianeta il modo d'essere umano dei suoi abitanti: durante l'assalto finale avvenuto in un giorno dell'aprile del 146 a.C., forse il 20, furono trucidati in varie maniere -  passati a fil di spada o gettati vivi negli incendi - quasi tutti gli abitanti della città, calcolati fra i 250 e i 450 mila (si salvarono solo i 50 mila abitanti del quartiere della Birsa; arresisi prontamente, furono venduti come schiavi), e poi la città, che aveva una muraria lunga 40 chilometri, fu spianata mattone per mattone, coperta di terra e maledetta spargendoci il sale. Stessa sorte, lo stesso anno, i Romani la riservarono solo all'altra grande capitale del commercio mondiale, la grecca Corinto. Si sarebbe ricominciato a edificare sul suolo di Cartagine solo cento anni dopo, perché lo ordinò Cesare in persona.

   Con ciò per quasi due millenni di commercio armato non si sentì più parlare; sembrava svanito per sempre. Quando ecco che appunto comparvero gli Americani. Il primo ad accorgersi che questi "nuovi" venuti rappresentavano in realtà il ritorno di qualcosa di molto vecchio, quasi di preistorico, fu Kostantin Leon'ev (1831- 1891), che nel libro Bizantinismo e mondo slavo del 1875 (pubblicato in Italia solo nel 1987, per iniziativa delle Edizione all'insegna del Veltro) ne segnalava la sostanziale identità con gli antichi Cartaginesi. "Gli Stati Uniti sono la Cartagine dei tempi moderni. Una civiltà già vecchia, caldaica, affermatasi in forma repubblicana su suolo vergine. Gli Stati Uniti non possono, in generale, proporsi a nessuno come esempio..." (pag. 157). Una identità che deriva dal fatto che entrambi i popoli rappresentano lo stesso psico-tipo sociale del commerciante armato e quindi danno luogo a civilizzazioni che, nei fatti essenziali, sono molto simili.

Una Nazione sotto un segno
   Gli Stati Uniti così non sono una Nazione generica ma una Nazione che sta sotto un segno preciso, quello del commercio armato. Questo è il suo genio la fonte delle sue fortune. Il segreto del successo americano sta nel fatto di avere sempre assecondato sin dall'inizio tale inclinazione, con efficienza e coerenza, senza lasciarsi distrarre da niente.

   L'organizzazione politica fu scelta per poter praticare il commercio armato: una oligarchia a forma apparente repubblicana dove i maggiori imprenditori o i loro stipendiati, grazie a un processo elettorale che dipende dal danaro, occupano direttamente le più importanti cariche istituzionali e governative e fanno così fare all'intero Paese le mosse che convengono di più alla loro persona, comprese guerre per procacciarsi fonti di materie prime e materiali di vendita.
   Tutte le guerre americane hanno avuto il loro chiaro risvolto economico, tutte hanno incrementato il volume d'affari degli imprenditori dell'Unione. Compresa la Guerra di Indipendenza, combattuta perché la Madrepatria inglese aveva deciso di escludere le colonie americane dal Mercato dell'Oriente. Poi nel 1812 gli USA assalirono ancora la Gran Bretagna per strapparle i Grandi Laghi delle pellicce (fu la "Guerra delle Pellicce" nella mia definizione; le pellicce servivano come merce di scambio in Cina-Mercato dell'Oriente).

   Nel 1836 ci fu l'attacco al Messico, condotto con un intreccio di penetrazione commerciale e aggressione militare che è tipico, esemplare: allevatori americani guidati dall'imprenditore privato Sam Houston ottennero dal Messico il permesso di sistemarsi in Tejas, poi fecero in modo di provocare i messicani e di fare intervenire le Giacche Blu. Il Tejas poi si chiamò Texas. Questo sistema fu adoperato per tutto l'Ottocento con gli Indiani: avanzavano un po' degli imprenditori (i coloni ma anche società fondiarie, minerarie, zootecniche eccetera) che sembravano pacifici e per un po' stavano tranquilli ma poi provocavano gli Indiani richiamando l'Esercito; quindi il ciclo riprendeva, a piccoli, inesorabili e sanguinosi passi (gli Indiani saranno sterminati quasi tutti, per un numero di individui calcolato fra i 5 e i 10 milioni).

   Nel 1898 ci fu l'attacco alla Spagna per portarle via Cuba, Guam e le Filippine: Cuba serviva ala commercio per lo zucchero, Guam e le Filippine oltre alle risorse servivano come basi per aggredire il Mercato dell'Oriente, lo stesso motivo per cui sempre nel 1898 furono annesse le Hawaii dopo il colpo di mano del 1893 e per cui nel 1867 era stata comprata l'Alaska dalla Russia. Da notare l'escamotage usato per scatenare la guerra: per incolpare gli spagnoli il governo USA fece saltare una sua propria nave da guerra, l'incrociatore Maine con 260 uomini a bordo (tutti morti), ma ciò che davvero interessa è che l'operazione quasi certamente fu realizzata in concertazione con industriali americani dello zucchero.
   La "perla" del commercio armato dell'Ottocento fu comunque il modo in cui gli USA "aprirono" il Giappone al commercio internazionale, e cioè anche europeo e nella fattispecie inglese, ma essenzialmente americano: il Giappone voleva tenere fuori dalla porta gli invadenti commercianti occidentali, e con loro i preti sia protestanti che cattolici, ma un bel giorno del 1854 di fronte a Kanagawa, un sobborgo di Yokohama nella baia di Tokyo, si presentò una flotta da guerra americana comandata dal commodoro Perry, che pose l'ultimatum: o firmare un trattato commerciale, naturalmente alle condizioni dettate, o essere bombardati. Il Giappone cedette, ed è così che fu concluso il famoso Trattato di Kanagawa, riportato nei libri di testo delle scuole medie americane come un capolavoro della diplomazia patria.
   Il Novecento iniziò con invasioni fotocopia nell'America Centrale, azioni belliche che servivano per assicurare ad aziende statunitense la proprietà di immense piantagioni di frutta lavorate da manodopera locale a costo circa nullo.
   L’intervento nella Prima Guerra Mondiale in Europa fu deciso per controllare che non si
concludesse con un vincitore unico che poi sarebbe diventato un avversario commerciale
mondiale troppo potente. Poco dopo, nei primi anni Venti, veniva decisa la costruzione di
un immensa flotta di bombardieri strategici, espressamente pensata per attaccare il
Giappone il quale - sfidato dal Trattato di Kanagawa - era diventato il concorrente
commerciale numero uno per il possesso del Mercato dell’Oriente. Ma poi gli USA
entrarono nella grande mischia della Secondo Guerra Mondiale ed eseguirono i
bombardamenti a tappeto anche contro la Germania e l’Italia oltre che contro il Giappone:
il motivo per cui gli USA vollero a tutti i costi partecipare a questa guerra (tramite le
provocazioni ripetute al Giappone) era impedire al solito una vittoria chiara di un Paese
europeo in Europa (nella fattispecie della Germania, ma fosse stato il caso anche della Gran
Bretagna o della Russia), che sarebbe stata commercialmente dannosa, e strappare la Cina
al Giappone (che l’aveva invasa nel 1937) per tenerla per sé, speranza che nel 1949 con la
vittoria di Mao contro Chang svanì definitivamente.
 
   Le conseguenze della perdita della Cina furono la Guerra di Corea e la Guerra del
Vietnam, combattute per salvare il salvabile del Mercato dell’Oriente. Interessante nella
Guerra del Vietnam fu l’uso estensivo di defolianti negli anni finali, una grande topica di
quella guerra: gli USA già sapevano che si sarebbero ritirati e i defolianti furono usati per
distruggere le foreste degli alberi della gomma del Vietnam del Sud perché non facessero
concorrenza alle piantagioni che Multinazionali americane si erano procurate in Malesia.
Gli Americani dicevano di defoliare gli alberi per scoprire i Viet Cong, che sarebbero stati
annidati fra i rami come scimmiette. Grande.
   Poi di guerra in guerra si arriva alle ultimissime, sempre e tutte rigorosamente abbinate
con il commercio, come la Guerra del Golfo del 1991, combattuta per il petrolio e che sta
per essere replicata nell’anno 2003 in corso (anno in cui è stato scritto l’articolo, n.d.r.). Come
si vede sono elenchi anche noiosi, con tutto che è sempre uguale, con i meccanismi che si
ripetono volta dopo volta dopo volta. L’America è così, l’America non cambia.

Libro (mastro) e moschetto, Americano perfetto
   Nel contempo lo spirito del commercio armato si esprimeva anche all’interno
dell’Unione. Alcune manifestazioni economiche della società americana che hanno
sorpreso o allibito il mondo non sono state altro che espressioni estreme di questo spirito.
   Prendiamo lo schiavismo ad esempio: cos’è se non commercio armato allo stato puro?
Con la forza si costringono individui a lavorare per noi e poi si commercializzano i loro
prodotti sul mercato. E c’è tutta la fase del traffico degli schiavi, con le catture, i trasporti,
le vendite! Ciò negli Stati del sud degli USA andò avanti sino al 1865.
   Per tutto l’Ottocento una delle attività economiche americane più svilippate fu la
pirateria, praticata da migliaia di battelli che incrociavano l’Atlantico e il Pacifico,
penetrando anche nel Mediterraneo; solo sulle coste della Carolina del Sud si calcola che
nel 1830 fossero basati circa 1.500 velieri corsari, di fatto protetti dalle loro autorità perché
abbordavano navi di Paesi stranieri non dichiarati “amici” (adesso dicono senza la
“clausola di nazione più favorita”). altri velieri, non attrezzati per gli abbordaggi, si
dedicavano al business of wrecking: cercavano le tempeste e seguivano i mercantili in
difficoltà attendendone il naufragio per recuperare materiali; la parte di violenza umana
nella faccenda stava nell’ignorare i naufraghi, a meno che - essendo prima del 1865 - non
fossero stati schiavi neri, nel qual caso erano merce. Il business of wrecking andò avanti
sino agli anni del 1930 inoltrati. Da allora iniziò invece il treasure hunting, la caccia -
eseguita di professione e per scopo societario - ai tesori sommersi dei galeoni spagnoli e di
altre navi affondate; qui la parte “armata” consiste nell’eludere i governi legittimi
proprietari dei relitti e nel tenere lontani i concorrenti, facendoli anche affondare. Questa
attività, coadiuvata dai moderni ritrovati tecnologici, è attualmente in grande auge; il
governo USA ovviamente appoggia tramite la US Navy le navi specializzate connazionali
che agiscono fuori dalle acque territoriali, cioè in mare aperto o in acque territoriali
straniere.

   La diffusione delle armi negli USA deriva dal commercio armato interno, che in

particolare ebbe uno sviluppo abnorme nell’Ottocento, quando tutto il commercio dell’Ovest era così, con convogli scortati, magazzini presidiati e commessi armati nei negozi (non per nulla il periodo del Far West è il più amato dall’immaginario americano, che vi si riconosce). Le armi individuali servivano dunque ai commercianti e fu esattamente questa esigenza ad ispirare in verità il famoso Secondo Emendamento del Bill of Rights, quello che concede ai cittadini il diritto di portare armi; non fu (come dicono oggi) un rispetto eccessivo per le libertà individuali, né fu la necessità di avere una milizia territoriale armata (come apparentemente recita l’Emendamento stesso: “Dato che una ben preparata milizia è necessaria per la sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo di
possedere e portare armi non sarà compromesso”; la verità è che la Milizia era organizzata e capeggiata dai maggiori imprenditori dei vari luoghi, che raccoglievano i loro dipendenti in armi). Le cose non sono troppo cambiate oggi, e basta entrare nella sede statunitense centrale di una Multinazionale o di una qualunque altra grande azienda americana per rendersene conto: sono così piene di guardie private, con le armi in evidenza, e capita così spesso di intravedere pistole in cassetti o in valigette “24 ore” di dirigenti che sembra di essere non in una struttura civica ma in un fortino, o in un covo di gangsters. A proposito di gangsters è evidente che anche l’abnorme sviluppo della delinquenza organizzata negli USA - vedi per tutti il periodo del Proibizionismo - è un indice di una mentalità americana dove commercio e violenza si sposano bene assieme. Emblematica al proposito la figura di Joseph Kennedy, il fondatore della dinastia Kennedy, padre di John, il Presidente ucciso nel 1963, di Robert, l’ex Attorney General ucciso nel 1968 e di Edward, il Senatore ancora
vivente e in carica: mise insieme la fortuna di famiglia organizzando - nel mentre che era
Ambasciatore a Londra per l’Amministrazione Roosevelt - il contrabbando di whisky dal
Canada verso gli Stati Uniti.

   Per il resto basta andare negli USA - e naturalmente viverci per un po’, non fare solo i turisti - per accorgersi di come in questo Paese sia tenue il confine tra gli affari e le rapine, tanto il commercio e ogni altra attività economica anche la più minuta sono intrisi di mendacità, inganni, prese per il collo, torsioni di braccia, prevaricazioni, ricatti, in breve di violenza. Basterà cercare di fare qualche transazione economica, anche molto semplice. Si vedrà che il soggetto economico con cui avrete a che fare cercherà prima di esaurire ogni arte per ingannarvi, e sarà mellifluo e suadente sino a che vedrà che il gioco gli riesce; ma se voi lo scoprirete e gli getterete in faccia la sua disonestà, lo vedrete trasformarsi in un rapinatore puro e semplice, incurante del vostro giudizio.
   A me capitò (fra gli altri) il seguente episodio: un meccanico sostituì un pezzo della mia Plymouth (il braccio di Pitman“ nella geometria di sterzo) e mi chiese una cifra spropositata; alle mie proteste lui mi disse che purtroppo tanto chiedeva quel “ladro” del ricambista; rimasi incredulo e allora lui, ancora pacioso e accomodante, fece una lunga telefonata al ricambista in mia presenza. Rimasi incantato: salutava, chiedeva di “Pete”, interrogava, rispondeva, faceva tutte le facce ma... il telefono era staccato. Non era un attore di professione, era un meccanico che aveva sempre fatto il meccanico. Era un americano. Gli rinfacciai il trucco ed ecco che l’uomo gettò la maschera: certo che chiedeva
il triplo del dovuto e certo che aveva tentato (secondo la più collaudata tradizione americana) la truffa sceneggiata ma o pagavo o si teneva la macchina. In un attimo i suoi compari unti mi furono attorno brandendo chiavi e cacciaviti e dovetti scegliere fra il cedere all’estorsione e la rissa con conseguente arresto da parte dello sceriffo della contea, probabilmente amico del soggetto e in ogni caso nemico di un uomo con l’accento strano. Pagai. Pagai il pezzo e il pizzo, al meccanico e all’America.

Se li conosci li eviti
   USA come patria del commercio armato dunque. Se si vogliono capire gli Americani, sia come individui che come Nazione organizzata, interpretare i loro movimenti, decifrare le loro intenzioni, bisogna tenere sempre presente questa loro identità, bisogna sempre ricordare che loro nell’essenza sono dei commercianti armati e niente altro. Essere un commerciante armato ha un significato preciso. Non si tratta di avere due specializzazioni in una stessa persona; si tratta di avere una persona dove due specializzazioni si sono fuse formandone un’altra sostanzialmente diversa pure se
imparentata, come capita per i metalli delle leghe. Il mondo divide le due attività, che quindi vanno affrontate separatamente; bene, la particolarità del commerciante armato sta nel modo in cui le affronta: egli commercia come fare la guerra e fa la guerra come commerciare. In breve egli non distingue la guerra dalle attività borghesi, dalla vita civile, dalle cose di tutti i giorni. E viceversa. Ciò vale sia per il singolo che per la collettività, per gli Stati Uniti.

   Così il modo di muoversi degli Americani è più chiaro. E gli Stati Uniti risultano nella loro vera, inquietante pericolosità. Essi non hanno mai concepito la guerra come una questione di eserciti, ma come una condizione totale, di popolo. Hanno infatti inventato la guerra totale, la prassi evidentissima di colpire le popolazioni civili per indurre le loro Forze Armate alla resa. Per colpire le popolazioni civili ricorrono poi non solo a sistemi “militari” come i bombardamenti ma anche a sistemi “borghesi”: pensano a provocare carestie, ad avvelenare materie prime e falde acquifere, a spargere epidemie di morbi vari, a peggiorare il clima portando siccità o piogge esagerate, a provocare invasioni di insetti o animali nocivi, a innescare terremoti, a deviare cicloni.
   C’è un provvedimento che gli USA spesso prendono in tempo di pace nei confronti di altri Paesi con varie scuse (diritti umani, protezionismo commerciale, sistema politico sgradito e così via liberando la fantasia): sono le sanzioni economiche, le proibizioni selettive di fornire a loro certi materiali o servizi, come medicine e know-how scientifico, o di acquistare da loro altre cose, in genere le materie prime dalla cui vendita dipendono. Sono atti di guerra, manifesti anche in sé e per sé ma tanto più così in quanto congegnati dagli Americani, che li eseguono con lo stesso spirito con cui in un assedio si tagliano le vie di rifornimento a una città per farla arrendere.

   Alle sanzioni può essere associato un altro provvedimento economico: il blocco dei beni, mobili e immobili, posseduti dal tale Paese negli USA, compreso il blocco di conti correnti. È un atto questo che lo si può vedere in due modi: a seconda di come si preferisce, o è una comune rapina compiuta da un soggetto che si chiama Stati Uniti d’America, oppure è un atto di guerra di un Paese con lo stesso nome, in entrambi i casi è una tipica performance da commerciante armato. Addirittura noi abbiamo visto che il blocco dei beni negli USA può essere eseguito anche nei confronti di singoli cittadini stranieri, uomini ricchi (naturalmente) che tenevano sostanze negli USA e che per qualche motivo sono diventati invisi a quel governo.
   Da qualche anno gli USA hanno cominciato una politica che sembra allettante: vendono sul mercato mondiale, a condizioni vantaggiosissime, le loro sementi geneticamente modificate, che hanno il pregio di fornire raccolti copiosi e immuni da germi ed insetti. Sembra la manna dal cielo, specie per i Paesi del Terzo Mondo sempre sull’orlo della carestia, ma c’è il problema che le piante nate da sementi modificate forniscono semi sterili e ogni volta bisogna comprare sementi nuove; comprarle dagli Americani naturalmente. Il tutto non è altro che una riedizione di un vecchio trucco da commercio armato: rendere dipendente un mercato da un prodotto di cui si ha il monopolio; a quel punto quel mercato - o quel Paese - è come lo si fosse conquistato con le armi. Allo scopo gli Americani sono anche disposti ad eseguire le prime forniture gratis: quando un Paese del Terzo Mondo è in carestia si precipitano a offrire come “aiuti alimentari” le loro sementi, contando di rifarsi
con le vendite a venire. Esattamente come fanno gli spacciatori di droga, che le prime dosi fuori delle scuole le regalano.

   Spesso nel leggere i resoconti di azioni politiche americane nel mondo ci si imbatte in nomi di Multinazionali americane, collegate alla faccenda in qualche maniera, una maniera sempre poco chiara e spesso strana; ad esempio nel colpo di Stato col quale gli USA rovesciarono Allende in Cile nel 1973 saltò fuori il nome fra i mestatori di un Ad Hoc Committee on Chile formato dalle dieci maggiori Multinazionali americane operanti in Cile, mentre nelle aggressioni degli USA in Medioriente di questi anni ricorrono i nomi di alcuni giganti americani del petrolio. Ora dovrebbe essere tutto chiaro: si è già detto che gli USA sono organizzati politicamente per esercitare il commercio armato e quei collegamenti non sono altro che la punta visibile del grande iceberg dell’intreccio fra commercio e guerra che domina la politica estera americana. Nessun Paese del mondo, per nessun motivo, ha a che fare solo col governo USA o solo con una qualche azienda americana; egli ha sempre a che fare con entrambi, anche se non pare, perché essi si muovono sempre assieme. E questo vale anche per qualunque soggetto economico privato del mondo, sia una azienda o proprio un singolo titolare: dietro la controparte privata commerciale americana con cui tratta c’è sempre, o può sempre saltar fuori, il suo governo di Washington. Per questo il presidente dell’ENI del tempo, Enrico Mattei, si trovò tanto - ma tanto - a malpartito: credeva di avere a che fare con le Sette Sorelle, delle semplici aziende estere concorrenti, ma il fatto è che cinque erano americane e chiamarono in aiuto il loro governo, chiesero man forte al presidente John F. Kennedy, e questi mise a disposizione la CIA (che a sua volta incaricò la mafia eccetera eccetera ).

   Già nel 1991 io scrissi che gli USA avevano impiantato un sistema di spionaggio satellitare mondiale che con la scusa della Russia era invece fatto per spiare i concorrenti commerciali delle aziende americane: ora la cosa è confermata, il sistema è quello poi chiamato Echelon, ed il suo scopo è proprio quello da me detto: benché fatto dai militari e pagato col budget del Pentagono il sistema è solo fatto per spiare sui concorrenti delle Multinazionali USA.
   Concludendo, gli USA non fanno distinzioni fra commercio e guerra. Dollari e pallottole per loro sono la stessa cosa. È tempo che il mondo apra gli occhi ed impari a trattare con questo fossile della preistoria tornato in vita disgraziatamente, come se un suo sordido resto organico - uno sputo, una cacca secca - fosse stato clonato da uno scienziato pazzo. Bisogna trattare il businessman americano come fosse un ufficiale del Pentagono. Quando lo si guarda bisogna sforzarsi di “vederlo” in divisa, possibilmente ancora imbrattata del sangue di vittime. Spesso poi è così, loro sono dei militari che si spacciano per civili come Colin Powell, l’attuale Segretario di Stato che si presenta sempre in completo blu ma che è un generale dell’Army, il gen. Powell. Come il presidente Eisenhower, che era il gen. Eisenhower. In tal modo si capisce meglio che si ha a che fare con un aggressore in armi, con un potenziale assassino, e che l’unica cosa da fare, invece che trattare con lui, concludere accordi, intavolare scambi e discussioni eccetera, è cercare di difendersene. Pazzo è colui che si fida degli Americani o intrattiene qualunque tipo di rapporto con loro, credendo che si tratti di un rapporto “commerciale”. Pazzo è chi acquista proprietà negli USA, chi tiene conti correnti o altri beni mobili negli USA, chi dipende dagli USA per qualunque cosa gli sia necessaria, chi acquista dagli USA sementi geneticamente modificate, chi traffica con gli USA in qualunque cosa. Pazzo è chi vende ad americani quote delle proprie aziende, facendo così entrare la volpe nel pollaio. L’unico
atteggiamento buono con gli Americani è la diffidenza, il rifiuto, l’ostilità. Con qualunque aspetto e scusa si presentino alla porta, qualunque oggetto, affare o scambio vengano a proporre.

lunedì 5 ottobre 2015

Come si spingono gli uomini a spararsi contro?



IL SEGRETO DELLA GUERRA

   Nel suo libro "On Killing" Dave Grossman ha riscritto la storia militare, mettendo in evidenza quello che le storie nascondono: il fatto che la scienza militare si occupa meno di strategia e tecnologia, piuttosto che scoprire il modo di far superare l'istintiva riluttanza degli uomini ad uccidere membri della loro specie.

   La vera "rivoluzione negli affari militari" non fu la spinta di Donald Rumsfield verso l'alta tecnologia nel 2001, ma la scoperta nel 1941 del generale Marshall che solo il 15-20% dei soldati della Seconda guerra mondiale in prima linea avrebbero usato le loro armi: coloro (l'80-85%) che non sparavano, non fuggivano e non si nascondevano (in molti casi correvano enormi rischi per salvare i compagni), ma semplicemente non usavano le loro armi contro il nemico, nemmeno quando affrontavano attacchi banzai.

   La scoperta di Marshall, e le ricerche conseguenti, dimostrarono che in tutte le guerre precedenti , una piccola minoranza di soldati - il 5% che sono psicopatici naturali, e probabilmente una piccola di imitatori temporaneamente insani - furono responsabili di quasi tutte le uccisioni.
   Le persone normali si trovano semplicemente dentro il movimento, fanno il possibile per evitare di togliere la vita al nemico, anche quando questo implica la perdita della propria vita.
   Le guerre sono massacri ritualizzati fatti da psicopatici contro non psicopatici.

   Lo studio del Generale Marshall ha una importanza fondamentale, e se compreso a fondo rivoluzione totalmente la concezione dell'essere umano che da sempre ci viene propagandata.
   Nei libri di storia le guerre sono descritte come inevitabili conseguenze di una serie di fattori, scontri in cui gli eserciti nemici si affrontano nel tentativo di eliminare l'avversario.
   E viene fatto credere che la guerra, il massacro, siano insiti nell'essere umano.

   Questo è falso, decisamente falso e deriva sostanzialmente da un vecchio costrutto filosofico (ormai superato nel contesto di discipline quali la psicologia e la sociologia) del '700, che faceva pronunciare al filosofo Hobbes che "homo homini lupus", concetto successivamente ripreso da Kant con la sua teorizzazione del "Male Radicale", secondo il quale l'uomo, "pur razionalmente consapevole del bene, è portato irrazionalmente a scegliere il male"!
   E la "logica" dove sta? Anche un bambino vede che questo assunto si contraddice da sé, in barba al primo postulato della logica aristotelica di non contraddizione (per cui "A" non può essere uguale a "non A").
   Non solo, ma tale concetto è stato smentito da sociologi quali E. Fromm, che confrontando l'organizzazione sociale di alcune società tribali arriva a stabilire che l'orientamento umano verso forme sociali adattive alla vita o al contrario aggressive e distruttive è in stretta correlazione al tipo di struttura sociale stessa, e a quanto essa favorisca o impedisca la naturale predisposizione dell'uomo a rapportarsi in modo pacifico costruttivo.
   E quando l'affermazione vista sopra sia falsa, chi detiene il potere e i vertici militari, lo sanno  molto bene.
   Come afferma il Colonnello Grossman, infatti, le scienze militari si occupano essenzialmente di scoprire il modo per far superare al soldato medio la naturale riluttanza nell'uccidere un altro essere umano.
   Perché la maggioranza degli esseri umani, con tute le loro miserie e i loro difetti, preferiscono il quieto vivere e la tranquillità alle guerre.
   Ed ogni qualvolta i grandi poteri decidono per una guerra, devono spendere molte energie per far superare questo blocco istintivo a quelli che diverranno i soldati da sacrificare sul tavolo dei loro piani.
   Le guerre di massa, come è noto, sono fenomeni moderni; in passato, in epoca pre-moderna, la guerra era affare di una piccola parte della società.
   Dall'antichità dei guerrieri, passando per i nobili medioevali e per gli eserciti mercenari, guerra significava lo scontro fra due eserciti composti da persone che non si dedicavano ad altro nella vita, se non combattere e prepararsi a farlo.
   La Prima guerra mondiale fu la prima che coinvolse i grandi strati della popolazione europea, e ci vollero decenni di propaganda romantica che esaltava il sacrificio e l'amor di patria per diffondere quello stato d'animo necessario a far partire milioni di giovani verso il massacro.
   Quei giovani capirono presto che la guerra non aveva nulla di eroico e di romantico, come era stato loro raccontato, ma ormai era tardi.

   Una minoranza di psicopatici in qualche modo riesce sempre a fare in modo che la maggioranza sia convinta, costretta, ad andare contro il proprio naturale istinto pacifico e partecipare a questi massacri.

COME DIVIENE POSSIBILE TUTTO QUESTO?

   Semplicemente allo stesso modo con cui vi vendono la Coca-Cola, un detersivo o uno yogurt.
   Comprereste in fatti la Coca-Cola semplicemente se in TV vi dicessero che "è una bibita zuccherata e gassata di colore scuro, ma tanto buona?" Forse si, ma la ditta sarebbe ormai fallita da tempo per penuria di vendite. Per riuscire a vendere un prodotto (così come un'idea) infatti non sarà sufficiente elencarvi le sue caratteristiche tecniche, ma occorrerà risvegliare in vario modo nel compratore una qualche emozione, una reazione emotiva, un particolare stato d'animo da scaricare poi sul prodotto stesso. Tutto questo avviene in modo inconscio e subliminale, per cui l'ignaro acquirente nemmeno si accorgerà dell'inganno e del fatto che, acquistando la bottiglietta, sta effettivamente ed inconsciamente acquistando l'emozione associatavi.
   Così, per esempio metteranno un gruppo di ragazzi giovani e festanti in abbigliamento hippy a cantare in coro un motivetto orecchiabile e natalizio sopra una collinetta in provincia di Siena, illumineranno il set in modo accattivante e risveglieranno in voi un blocco di emozionalità positive: l'atmosfera festosa, la gioventù, l'amicizia, lo stare insieme etc. che verrà venduto alla vostra parte inconscia come "tutto compreso" assieme alla bottiglietta. Le stesse sensazioni saranno più o meno consapevolmente richiamate in voi quando al supermercato, tra la bottiglietta pubblicizzata ed una assolutamente anonima, allungherete la mano verso la prima, proprio perché la sentirete "più familiare", più amica, una cosa insomma di cui "ci si può fidare".



   Ma allo stesso modo, come si può generare una sensazione positiva, così può essere risvegliato in voi il peggior odio e la peggior cattiveria di cui possiate essere capaci.
   Chi sarebbe infatti capace di puntare il mitra e aprire il fuoco massacrando atrocemente e infliggendo la sofferenza e la morte ad un suo simile ventenne, sapendo che a casa ha una madre e un padre che lo hanno cresciuto e stanno aspettando in ansia il suo ritorno, che ha una ragazza la cui foto ha appena guardato e riposto con un bacio nel taschino, che come voi fa un lavoro umile, che ha gli scarponi che gli massacrano i piedi e l'unica cosa che desidera è solo potersene tornare in pace a casa sua? Probabilmente gli offrireste una sigaretta, e ve la fumereste assieme chiedendovi chi mai  e come abbia potuto mandarvi lì.
   E come potrebbero mai mandarvi in guerra, semplicemente elencando razionalmente i motivi più o meno nobili per cui dovreste rischiare la vita?

   IL POTERE DELLA PROPAGANDA: a questo serve la propaganda, e il suo potere è talmente forte da farvelo premere, quel grilletto... i rispettivi vertici del potere avranno infatti da tempo intrapreso una operazione commerciale molto simile a quella del vendervi la Coca-Cola, solo che quello che ora vendono saranno delle idee... due idee sostanzialmente : una che vi dica quanto nobile sia la causa per cui andrete a combattere, ed un'altra che vi dica quanto diabolico e perverso sia il vostro nemico.
   La tecnica di persuasione sarà condotta nello stesso modo dello spot: agirà subliminalmente, tendendo prima a inculcare e poi a risvegliare in voi delle emozioni ben precise.

   Così cominceranno a dipingere il "nemico" privandolo di ogni caratteristica umana e caricandolo di ogni difetto possibile; e soprattutto si cercherà una "immagine fotografica facile da visualizzare" con cui descrivere e identificare il nemico: il comunista che mangia i bambini, il terrorista che mette le bombe e via dicendo. La propaganda parla per "immagini evocative", non per discorsi logici, figure ripetute poi come un mantra ad ogni possibile occasione.
   Parallelamente si farà appello al vostro senso di appartenenza richiamando in voi le sensazioni di affetto e calore familiare, il senso del dovere verso i vostri compagni e compatrioti... cose che diventeranno esplosive nella paura e solitudine della battaglia... chi ve ne priva? Lui, il nemico che mangia i bambini.
   Lo stress, la paura, la disciplina, l'istinto di conservazione fanno il resto: premerete il grilletto.

   Ha senso tutto questo? Per vendere un prodotto, forse... e proprio come un prodotto siete stati messi in vendita, anzi... per una campagna pubblicitaria, a ben guardare, si spende molto di più.

venerdì 25 settembre 2015

La guerra è veramente un "male necessario"?

di Mond-Art

   A ognuno rispondere; io, anziché dare una risposta esplicita, pongo innanzitutto una serie di domande:

   Il pretesto generalmente addotto appena sotto il primo filtro mediatico e ideologico, e quello maggiormente accreditato anche dal popolo più criticamente "consapevole", è che le guerre si combattono effettivamente per il petrolio, per l'energia, per la crisi, in una parola per motivi di ordine ECONOMICO.

   Bene, fingiamo di prendere per buona questa interpretazione per introdurre una "reduction ad absurdum":

   1) La causa delle guerre sarebbe dunque l'economia (?), la crisi, l'energia, etc.
   2) Ma stranamente l'economia è gestita e pilotata apposta perché conduca alle crisi.
   3) La leva principale usata per indurre la crisi è quella del Debito Pubblico...
  4) ed il conseguente obbligo per la popolazione di risarcire un Debito impossibile e fasullo mediante tassazione, tagli, insomma il prelievo di risorse dal "volgo" e il suo conseguente impoverimento.
  5) Tutto questo viene giuridicamente attuato e giustificato attraverso "lo Stato", che quindi in realtà si rivela essere nient'altro che una furfantesca macchina a delinquere atta a:
 A) Sostituirsi decisionalmente al singolo individuo, delegittimandolo giuridicamente e impoverendolo socialmente
   B) Impoverirlo proprio per poterlo tassare (altro bel paradosso "kantiano"!)
   C) Utilizzare le tasse non per ristabilire l'economia, ma per scopi "altri", taciuti alla popolazione
   D) Fornire le basi legali e giuridiche, sociali e mediatiche, affinché una ristretta cerchia di "Nobili" (o chiamatela come vi pare) sia il solo "autista della macchina medesima.
   PER INCISO: Lo stato, soprattutto nel suo ordinamento "democratico", si rivela dunque essere una macchina perfetta per il perpetuarsi al potere di una "Nobiltà" senza opposizione di sorta che, celatamente ma direttamente, vive alle spalle del volgo e in sua diretta competizione, con una perfezione nella finzione che sarebbe stata impossibile, per esempio, nelle vecchie monarchie.
   Per corollario con quanto visto sopra abbiamo che chi vede nel puro fattore economico o energetico la causa prima delle guerre cade automaticamente in contraddizione con i punti a, b, c & d.

   Personalmente propendo quindi a considerare la leva energetica-economica come una eventuale concausa, restando la causa vera il conflitto di classe, vero ed assai temibile per una oligarchia parassita e nascosta, conflitto riassumibile semplicemente nella guerra ai poveri e nella necessità difensiva di un loro sfoltimento numerico.

   Non a caso la cosiddetta Comunità Internazionale, ossia la "Nobiltà" al comando, è sempre magicamente ed unanimemente in accordo quando si tratta di intraprendere una nuova guerra, non a caso si tace ignobilmente di fronte a genocidi che poco hanno a che vedere con il petrolio. Petrolio che comunque potrebbe essere frutto di un normale scambio economico in una civiltà paritaria.

   Non a caso si applicano assurde tattiche stragiste, nonché la pratica della tortura e del terrore, dove una bomba anche stupida o un'operazione mirata dei servizi, sarebbe sufficiente a rendere inutilizzabile l'oleodotto concorrente; parallelamente si delegittimano grandi masse del volgo togliendoli il controllo giuridico delle rispettive nazioni e l'impossibilità di autodeterminazione, ma solo per pervenire ad uno stato più esteso e più controllabile da una cerchia ristretta di oligarchi... non a caso l'esercito USA è talmente crudele da non fare prigionieri, da uccidere i feriti, da aprire il fuoco anche su donne e bambini, o su popolazioni inermi, da cospargere il territorio invaso col micidiale uranio impoverito che impedirà un normale ricambio della popolazione per i secoli a venire... tutte cose che nulla c'entrano in un'ottica di puro controllo energetico ed economico, ma sono perfettamente spiegabili in un'ottica di spietata lotta di classe di una "Nobiltà" che nella "numerosità del volgo" vede un'ovvia minaccia.

   Non mi inoltro oltre per questo sentiero impervio (cosa che richiederebbe altra trattazione), ma voglio solo portare alla luce alcuni paradossi e contraddizioni, ormai entrate a tal punto nel "Pensiero Collettivo Unico" da non essere nemmeno più oggetto di discussione.

   UN ALTRO MOTIVO generalmente portato a giustificazione dei conflitti è la fondamentale "cattiveria" umana, per cui si giustifica l'attacco dicendo: "se non lo faccio io, lo fa lui" (e questo concetto è stato talmente inoculato nella mentalità occidentale che vale dappertutto, dal far la spesa all'andare in automobile... o prevarico o verrò prevaricato).

   Tornando quindi a scomodare ancora il nostro Kant, ormai andato completamente fuori di melone (e prendo lui perché a lui ancora oggi si rifà sostanzialmente tutta l'ipocrisia del pensiero e dell'agire sociale), il suo assunto "filosofico (?)" di "Male Radicale", (comodo pretesto oggi preso proprio a giustificazione della guerra nella sua formulazione più eclatante, ossia quella dell'"attacco preventivo"!) per il quale "L'uomo, pur razionalmente consapevole del bene, è portato irrazionalmente a scegliere il male", con buona pace di tutto l'impianto logico-aristotelico e del principio di "non contraddizione", mandato bellamente a cagare proprio da un filosofo, mica da un bambino dell'asilo!

   Comunque, fingiamo di prendere per buono anche questo assunto, e applichiamo ancora il "reductio ad absurdum":

   DUE OBIEZIONI:
   1) Studi sociologici mostrano, statistiche alla mano, che il numero di conflitti aumenta esponenzialmente proprio con l'aumentare della civilizzazione (mentre dovrebbe essere il contrario, stando al principio del male kantiano e dello stato quale "regolatore" della sua naturale malvagità).
   2) Se davvero l'uomo è fondamentalmente malvagio, perché occorre un lungo tirocinio di "lavaggio del cervello" per indurre un soldato a uccidere?

   ECCO: Stanley Kubrick si pone quest'ultimo problema in "Full Metal Jacket": la sua risposta ce la dà, non esplicitamente ma affidandola al linguaggio specifico filmico, nei pochi minuti finali del film.
   Un finale che Kubrick lascia VOLUTAMENTE APERTO A PIU' INTERPRETAZIONI LOGICHE (come se stesse proponendo un dibattito) dandoci però al chiave di lettura in via squisitamente "subliminale"...


   Per introdurre il nostro discorso prendo spunto dal finale di "Full Metal Jacket", per il semplice motivo che Kubrick è solito lasciare i suoi film con finale "aperto", ossia non vuole imporci la sua chiusura tranquillizzante attraverso un'interpretazione finita e calata dall'alto (espediente peraltro pregevolissimo e con il quale prende nettamente le distanze dai canoni classici hollywoodiani), ma lasciare allo spettatore lo sforzo interpretativo e la libertà di trarne le proprie personali conclusioni. In altre parole genera nell'osservatore un senso di spiazzamento atto a far in modo che sia lo spettatore stesso a dover "chiudere"la storia secondo quanto ricavato dalla sua personale visione.
   Questo non significa certo che il regista non abbia opinioni in merito a quanto racconta, anzi... non le comunica espressamente, ma ce le fa capire proprio attraverso gli elementi subliminali della narrazione: in questo caso la strana musica usata a far da sottofondo alla scena finale e la scelta del tipo di fotografia.

   Questo particolare non lo notiamo solo in Full Metal Jacket, ma praticamente in ogni film di Kubrick: per fare solo qualche esempio ricordo il finale di "2001: Odissea nello Spazio", o quello di "Arancia Meccanica", o ancora lo stesso enigmatico finale di "Shining"... tutti "finali aperti", aventi lo scopo di spiazzare lo spettatore che solitamente si aspetta un'opinione di comodo, ed indurlo necessariamente a chiedersi: "Perché?", "perché questo strano finale? Cosa avrà voluto dire?"
   Così, in questo caso, molti si saranno inevitabilmente chiesti: "Ma perché questo finale? Perché chiudere un film così altamente drammatico proprio con questa Marcetta di Topolino?", i più attenti avranno anche notato lo scarto emotivo tra il proprio senso di repulsione per la guerra, appena evocato dalla scena precedente, e questa fotografia finale dai toni caldi e rassicuranti, che sembrano quasi idealizzarla.
   Aggiungiamo subito che Kubrick è tra l'altro uno dei non moltissimi registi per il quale la Fotografia, la sceneggiatura, insomma tutto lo "specifico filmico" assumono un ruolo portante nella narrazione e ai fini interpretativi, e non solo un ruolo di puro rivestimento della trama: Kubrick (che non a caso nasce artisticamente proprio come fotografo) tiene sempre in altissima considerazione la potenza evocativa dell'immagine, e la usa sempre a fini interpretativi, affidandole spesso proprio la parte più importante della narrazione. Ma procediamo con una cosa alla volta:

   La Marcia di Topolino
   Dopo la straziante scena (senza la quale non potremmo capire la scena finale) in cui Jocker uccide la ragazzina/cecchino il plotone americano si accinge al rientro, su uno scenario di incendi, morte e devastazione, al suono di "Viva Topolin"... perché? Perché questa strana scelta del regista?
   1) La narrazione "esplicita" e il monologo finale: a questo punto riassumiamo mentalmente il messaggio manifesto della narrazione, che è tutto un crescendo sulla spersonalizzazione che la macchina bellica opera sull'individuo trasformandolo in pura macchina di morte; fino ad arrivare alla scena conclusiva, dove anche il più sensibile ed intelligente tra i soldati abdicherà dai suoi sentimenti più umani, sparando alla ragazzina moribonda, per poi pronunciare quel (raggelante) monologo finale che possiamo sintetizzare: "In fondo l'importante è essere vivi, speriamo che io me la cavo e a fanculo tutto il resto".

   Ora osserviamo che, estraendolo dal contesto filmico, sarebbero probabilmente 3 le possibili interpretazioni del pubblico di tale monologo:
   1) Jocker adesso è "veramente un duro", adesso è "pronto" alla guerra (giudizio guerra-sintonico).
   2) Jocker ha fatto semplicemente il suo dovere (astensione dal giudizio e presa di distanza emotiva).
     3) Jocker ha una sana reazione vitale di fronte alla morte (giudizio di inevitabilità e necessità delle cose) in fondo non è quel che si pensa anche tornando da un comune funerale? Con una piccola differenza: che qui la morte è volutamente inferta.
   Ma con grande sapienza e maestria Kubrick ci spiazza, introducendo in modo subliminale anche la sua interpretazione:
   2) Il messaggio subliminale: è tutto un perverso gioco infantile. La Marcia di Topolino evoca istintivamente l'infanzia, i fumetti, un mondo dove lo scarto tra reale e non reale non è ancora ben definito, dove il carattere di "gioco" porta simbolicamente a poter uccidere un'altra persona senza né conseguenze reali, né dilemmi morali; insomma una "sospensione del giudizio" data da una regressione dell'individuo all'infanzia: Jocker ora non è più un uomo, ma un bambino che ha perso il senso del reale e le connotazioni di un'emotività "adulta" (che implicherebbe un minimo di empatia verso un altro essere umano) per regredire ad un'emotività infantile, in un gioco puerile dove le azioni non comportano mai tragiche conseguenze, e dopo aver giocato alla guerra si pensa, con la stessa leggerezza, al prossimo gioco: una scopata, perché "l'importante è essere vivi".
   A rafforzare tale "forma mentis", facendola accettare per "giusta" senza nessuna possibilità di critica o dubbio, è proprio la figura iconica di "Topolino", che nell'immaginario collettivo infantile è "l'esempio da seguire", l'incarnazione dell'Adulto "giusto" (in contrapposizione al simpatico ma pasticcione e socialmente fallito Paperino) che sa sempre cosa fare, che risolve brillantemente ogni situazione, che non ha mai dubbi anzi, che spesso aiuta la giustizia stessa nella lotta contro il male. Come mettere in discussione un'icona talmente potente?
   Jocker, l'umanità di Jocker (e questo è il messaggio introdotto dal regista tramite il linguaggio non verbale), sono quindi irrimediabilmente persi e morti proprio nel momento della totale accettazione acritica del gioco, proprio nel momento in cui dichiara così il suo "essere vivo"; e tutto il plotone è composto da adulti regrediti ad un'emotività infantile, ad uno stato "limbico" dove giocano da bimbi questo perverso gioco, dichiarando poi paradossalmente che la sola cosa che conta è la vita!

   Ed ecco la grande maestria di Kubrick: dirci tutto questo in una frazione di secondo e in modo talmente forte da far star male, da causare spiazzamento e vivo disagio: con le sole parole non avrebbe mai potuto fare altrettanto. Ma non è finita: ci rimane da analizzare la fotografia.

   Eroi? No, portatori di morte, svuotati di ogni caratteristica umana.
   Analizziamo ora la fotografia della scena finale: i soldati appaiono in controluce secco, sagome scure sullo sfondo infuocato, e alla fine l'intero plotone non costituito altro che da "ombre", da pure silhouettes marcianti.
   L'uso del controluce assoluto in fotografia significa "togliere individualità" al personaggio e renderlo pura ombra, puro profilo incorporeo, puro logo, astrazione grafica. Significa togliere al soggetto ogni specificità per ridurlo a pura rappresentazione simbolica, rivestire la persona con una divisa d'ombra come la mimetica riveste il soldato.
   Abbiamo quindi spersonalizzate ombre scure che si muovono su uno sfondo reso vivido dalle fiamme in una perversa inversione dei significati di vita e di morte, perfettamente espressa attraverso il ribaltamento cromatico: l'uomo che è vita viene rappresentato come nera ombra, mentre il fuoco della distruzione assume una tonalità vivida e vivace, a simboleggiare il paradosso di un gioco dove l'unico vero vincitore è proprio la morte.

   Concludendo quindi, a livello di fotografia l'ultima scena dice che: "l'accettazione della guerra è resa possibile solo a costo di un totale ribaltamento di valori e abdicazione da ogni prerogativa umana"; quelli lì, più semplicemente, "non sono più uomini" ma figure morte, mentre la sola vita della scena rimane proprio il trionfo infuocato della distruzione.

   Ecco: ora abbiamo una comprensione sia del pensiero del regista sia del perché abbia voluto provocare in noi quello "spiazzamento filmico": per indurci a coscientizzare quanto, comunque, ci stava subliminalmente inducendo a pensare.