domenica 5 agosto 2018

Ma perché non se ne stanno tranquilli a casa loro? (Prima parte)

di Mondart


Bella domanda... la domanda che tanti si pongono, ma a cui nessuno è ancora riuscito a dare una risposta plausibile.

Questione affrontata in sede "ufficiale" con ignobili e funamboliche teorizzazioni di tipo pseudo-ideologico, pseudo-economico e pseudo-scientifico, che altro non sono che inaccettabili operazioni di spin doctoring atte a giustificare e diffondere nell'Occidente la personale e discutibilissima visione del mondo di una ristretta élite al comando; e questione per altro troppo spesso affrontata dalla cosiddetta controinformazione con teorizzazioni altrettanto fantasiose e discutibili, che non fanno che fuorviare ed allontanare da una realistica e concreta comprensione dei fatti.

Comprensione che, trattandosi di uomini e di rapporti tra uomini, andrà cercata innanzitutto nella loro testa e nelle più fondamentali e primitive dinamiche di interazione sociale: chi si ostina a dare di tali motivazioni una visione di tipo solamente economico e strategico, ideologico e geopolitico, o al contrario solamente di tipo massonico, occulto e religioso, somiglia all'ubriaco che avendo perso le chiavi di casa in un altro punto continua a cercarle solamente sotto il lampione, giustificandosi razionalmente col fatto che "li ci si vede". Motivazione che ha una sua logica ben precisa e a suo modo anche inattaccabile, ma purtroppo fallace in quanto si scambia la "sovrastruttura" comportamentale con le sue "fondamenta", e la giustificazione razionale con la sottostante pulsione di tipo prettamente psicologico e sociologico.

Qui tenteremo pertanto un approccio di tipo storico-sociologico, antropologico e psicologico, che analizzi innanzitutto il rapporto tra caratterialità umane e struttura sociale, vedendo come determinati meccanismi, determinate dinamiche sociali finiscano per premiare o al contrario far soccombere tipologie caratteriali ben precise.

È quanto già sostenuto dalla "Scuola di Francoforte" e dimostrato in particolar modo da Erich Fromm che, con buona pace di tutto il pensiero filosofico occidentale di impronta tipicamente kantiana, afferma che la natura umana tende automaticamente al bene, ma è potenzialmente e psicologicamente fornita anche degli strumenti atti a perpetrare il male se il tipo di società in cui si troverà ad interagire non saprà adeguatamente soddisfare poche e basilari esigenze inalienabili di base, o ne dia un soddisfacimento distorto. Rimandiamo ad un prossimo post la trattazione più approfondita di quanto qui anticipato, ci interessa qui sottolineare come l'interazione tra individuo e forma organizzativa sociale selezioni delle categorie caratteriali ben precise portandole a detenere il potere, e come quella stessa società verrà da esse orientata verso uno sviluppo favorente la vita o al contrario favorente la distruttività e la morte, con una dinamica "circolare" in cui individui più o meno sani o malati favoriranno schemi e comportamenti sociali altrettanto sani o malati; a questo punto sarà lo stesso impianto sociale così formato a plasmare e selezionare la caratterialità più adatta al mantenimento e perpetuamento della struttura stessa. Al fine di poter meglio individuare il carattere psicologico di base di una società dovremmo sfrondarne l'osservazione da ogni sovrastruttura e giustificazione razionalizzante, e studiarla esattamente come studieremmo l'agire di un piccolo gruppo tribale, o ancora meglio di un singolo individuo (ed il potere, a tutti gli effetti, si organizza sempre come una piccola ed esclusiva élite tribale).

PERCHÉ dunque, aldilà delle mistificazioni razionalmente portate, davvero "non se ne stanno tranquilli a casa loro?"
Si può quindi a ragion veduta leggere nella caratterialità di base della civiltà americana una risposta a tale domanda; risposta qui enunciata solo per sommi capi, e che andremo a sviluppare nel corso di questo e dei prossimi post.

1) Per un disegno atavico di controllo del mercato orientale.
Questo è un motivo storico, risalente ancora all'epoca del dominio navale inglese e assunto a motivo esistenziale proprio dalla classe borghese e commerciale che migrò nel nuovo mondo, fondando gli Stati Uniti d'America (è quanto vederemo nel prossimo post).

2) Per il carattere tipicamente "sadico" del gruppo di potere alla guida di questa civiltà.
E questo è un argomento complesso che coinvolge sia motivi storico-religiosi, che filosofici e territoriali che hanno costituito le variabili storicamente favorenti alla selezione di particolare caratterialità sadica (e sotto vedremo cosa intendo esattamente con tale termine) che poi, migrando verso un nuovo territorio vergine - dove le culture locali vennero semplicemente sterminate insieme ai locali stessi - ebbe modo di svilupparsi praticamente incontrastato, senza doversi misurare con altre culture e forme di pensiero e di civiltà differenti: uno sviluppo questo socialmente simile a quello di un'unica tribù su una gigantesca isola deserta. Unicità di pensiero, carattere ed intenti che porta ben presto il gruppo egemone e sadico ad avere il pieno controllo sul resto della popolazione, divenendo l'attuale vero governo ombra degli USA.

Tentando dunque di fare qui un ENUNCIATO di quanto andremo via-via ad argomentare nel corso del post e dei successivi, possiamo sommariamente dire che:
Con l'Umanesimo e Rinascimento si sviluppa in Europa una classe borghese commerciale che diviene ben presto ricca e potente soprattutto grazie al commercio marittimo con l'Oriente. Nasce allora nella "mente" di tale classe sia il disegno esterno di controllo dell'Oriente, sia quello interno di assurgere a maggior potere politico, in quanto classe già detenente il potere economico.
(Entrambi i disegni sono tuttora perseguiti, con la sola differenza, riguardo il disegno interno, che mentre prima il nemico era da identificarsi "in alto", ossia nei Principi e nella Nobiltà, oggi è da identificarsi "in basso", ossia nella massa della popolazione).
Caratteristiche culturali legate allo sviluppo di un nuovo pensiero filosofico-religioso (sostanzialmente l'Umanesimo e la Riforma Protestante con la sua deriva Puritano-Calvinista) favoriscono sia l'ascesa al potere di tale classe, che la successiva selezione sociale di una caratterialità individuale ben precisa: il carattere sadico, i cui tratti specifici (una "sindrome" sintetizzabile nella necessità di un estremo controllo sull' "altro", nella sua percezione solamente di "cosa da dominare", nella conseguente mancanza di qualsiasi empatia verso la vita e forme di pensiero autonomo e spontaneo, nella pulsione di "accumulare", nel valore del "soldo" e della ricchezza assurti ad unico valore esistenziale) ben si sposano con le necessità "politiche" di tale classe. È questa particolare caratterialità che, migrando in America dove ha modo di svilupparsi incontrastata, prende il pieno controllo sociale, determinando l'attuale civiltà americana di tipo chiaramente distruttivo e necrofilo.

Anche qui, vediamo una breve anticipazione dei concetti di "società distruttiva" e di "carattere sadico" come formulati da Fromm: analizzando l'evoluzione spontanea e non contaminata di forme semplici di organizzazione tribale, Fromm individua 3 tipi di società:

1) Sistema A: società che esaltano la vita
In questo sistema, ideali, usanze e istituzioni servono soprattutto a preservare e a incoraggiare la vita in tutte le sue forme. L'ostilità, la violenza, la crudeltà sono ridotte al minimo, non esistono pene severe, il delitto è praticamente assente, al pari dell'istituzione della guerra che, tutt'al più, ha un ruolo insignificante. I bambini sono trattati con dolcezza, non vengono inflitte pesanti punizioni corporali; in genere le donne godono della più assoluta eguaglianza con gli uomini, o per lo meno non sono né sfruttate né umiliate; l'atteggiamento verso il sesso è generalmente permissivo e affermativo. L'invidia, l'avarizia, l'avidità, lo sfruttamento sono ridottissimi. Scarsi sono anche la competitività e l'individualismo, diffusa la collaborazione; la proprietà personale riguarda soltanto gli oggetti che vengono usati individualmente. Esiste un generale atteggiamento di fiducia e confidenza, non solo negli altri, ma particolarmente nella natura; il buon umore prevale, mentre gli stati d'animo depressivi sono relativamente assenti. Fra le società che rientrano in questa categoria esaltatrice della vita, ho collocato gli indiani Zuñi Pueblo, gli Arapesh di montagna e i Bathonga, gli Aranda, i Semang, i Toda, gli Esquimesi del Polo e i Mbutu.

2) Sistema B: società aggressive ma non distruttive
Questo sistema ha in comune col primo la caratteristica fondamentale di non essere distruttivo, ma si differenzia da esso nel senso che aggressività e guerra sono eventi normali, sebbene non di importanza centrale, e nel senso che competizione, gerarchia e individualismo sono presenti. Pur non essendo affatto permeate di distruttività o crudeltà o di esagerata diffidenza, in questa società sono sconosciute quella dolcezza e quella fiducia che sono caratteristiche del sistema A. Per meglio definire il sistema B, si potrebbe forse dire che è imbevuto di uno spirito di aggressività maschile , di individualismo, del desiderio di ottenere determinate cose e di realizzare dei compiti. Secondo la mia analisi le seguenti quattordici tribù rientrano in questa categoria:gli Esquimesi della Groenlandia, i Bachiga, gli Ojibwa, gli Infugaos, i Manus; i Samoani, i Dakota, i Maori, i Tasmaniani, i Kazak, gli Ainu, i Crow, gli Inca e gli Ottentotti.

3) Sistema C: società distruttive
La struttura delle società del sistema C è nettamente delineata. È caratterizzata d grande violenza interpersonale, distruttività, aggressione, crudeltà, sia all'interno della tribù sia contro il mondo esterno, da piacere della guerra, malignità, tradimento. L'intera atmosfera di vita è permeata di ostilità, tensione, paura. In genere la competitività è altissima, la proprietà privata (se non di oggetti materiali, di simboli) è esaltata, la gerarchia è rigida e le guerre frequentissime. Esempi di questo sistema sono i Dobu, i Kwakiutl, gli Haida, gli Aztechi, i Witoto, i Ganda.
(Non pretendo che la mia classificazione di ciascuna società in queste categorie non sia discutibile, ma, che si approvi o no la classificazione da me proposta di qualche società, non fa molta differenza, dato che la mia argomentazione non è statistica, ma qualitativa. Il contrasto essenziale investe da un lato i sistemi A e B, entrambi affermatori della vita, e dall'altro il sistema C, fondamentalmente crudele e distruttivo, cioè sadico e necrofilo).
In quale delle tre categorie classificare l'attuale civiltà americana non dovrebbe costituire difficoltà di sorta per qualsiasi persona dotata di un minimo di obiettività e buon senso. Vediamo ancora brevemente come Fromm e Barrett descrivono il carattere sadico, e la sua incidenza storica:

Fromm: "Io propongo invece la tesi che il nucleo del sadismo, comune a tutte le sue manifestazioni, sia "la passione di esercitare un controllo assoluto e illimitato su un essere vivente", sia esso animale o bambino, uomo o donna. Costringere qualcuno a sopportare pene o umiliazioni senza avere nemmeno la possibilità di difendersi è una delle manifestazioni di controllo assoluto, ma non è certo l'unica. Chi esercita il controllo assoluto su un altro essere trasforma quest'ultimo in un suo oggetto, in una sua proprietà, di cui diventa il dio. Talvolta il controllo può persino essere benefico, e in tal caso potremo parlare di sadismo benevolo, come in tutti i casi in cui una persona domina l'altra per il suo bene, incoraggiandone di fatto lo sviluppo sotto diversi aspetti, ma tenendola in catene. Quasi sempre, però, il sadismo è malevolo. Controllare completamente un altro essere vivente significa mutilarlo, soffocarlo, frustrarlo. Tale controllo presenta tutta gamma di forme e livelli."

Kevin Barrett: ... "Gli psicopatici hanno svolto un ruolo sproporzionato nello sviluppo della civiltà, perché si prestano più facilmente a mentire, uccidere, ingannare, rubare, torturare, manipolare e, in generale, infliggere grandi sofferenze ad altri esseri umani senza alcuna sensazione di rimorso, al fine di stabilire il proprio senso di sicurezza attraverso il dominio. [...] Quando si comprende la vera natura dell'influenza dello psicopatico, che è privo di coscienza, emozioni, egoista, freddo calcolatore e privo di qualsiasi morale o norme etiche, si inorridisce, ma allo stesso tempo tutto comincia improvvisamente ad avere un senso..."

Ancora Kleeves: ... "Ora, come definire scientificamente il fenomeno psicologico che coinvolse i Puritani? La verità è che si trattò di una forma di alienazione mentale di massa. Infatti comportò una radicale estraniazione dalla realtà: la vita - lo capisce chiunque - non può ridursi alla ricerca della ricchezza materiale ed alla sua contabilità; di massa perché riguardò un numero significativo di persone. Singoli individui possono perdere il contatto con la realtà per cause specifiche o patologiche; molti di loro possono farlo più o meno contemporaneamente se le potenziali cause sono sociali; se costoro, poi, migrano e danno luogo ad una discendenza, a un popolo, il medesimo avrà la stessa impronta psicologica, soprattutto se si trova a disposizione un corpus dottrinale adatto perpetuare nello spazio e nel tempo le forme di alienazione dei fondatori. Ne deriva un intero popolo che, a ragione, può definirsi alienato, portatore di un grave distacco dalla realtà fattuale. Così si formò il popolo americano. Non ci sono dubbi che ci troviamo in presenza di una degenerazione, di una patologia [...] La risposta alla domanda "cosa farebbe il popolo americano se fosse completamente libero di fare ciò che vuole", mette i brividi. Abbiamo visto i massacri e i genocidi di cui si è reso protagonista nel passato e che continua a compiere, e ne abbiamo considerato anche le motivazioni: sempre e solo i soldi. È facile immaginare cosa farebbe, se potesse: si impadronirebbe dei beni del mondo e piegherebbe ogni cosa ai suoi desideri di arricchimento [...] Questo è il colossale problema che il mondo si trova a dover affrontare, la questione di un popolo affetto da una psicopatia piuttosto grave, che ha perso ogni interesse per la vita in tutta la sua estrema varietà e si dedica con esclusiva, maniacale energia a un unico scopo: arricchirsi, e farlo sempre in misura maggiore degli altri."

Nella parte due vedremo le caratteristiche che hanno storicamente favorito il suo predominio nella civiltà americana in particolare ed in seguito, per "rientro dell'esportazione", in quella occidentale da cui effettivamente parte tutto.

venerdì 17 novembre 2017

Il tempo del Rinoceronte o la dimensione dell'Assurdo

Di Roberto Pecchioli - https://www.maurizioblondet.it/tempo-del-rinoceronte-la-dimensione-dellassurdo/

Dopo le due guerre mondiali che hanno insanguinato il novecento, è iniziata la finis Europae. Una lunghissima civiltà si è irrimediabilmente ripiegata su stessa, avviluppata in una crisi il cui titolo più azzeccato sembra essere La terra desolata. La grande opera poetica di Eliot, così poco americano e tanto britannico ci parla di qualcosa che è irrimediabilmente guasto: waste land è appunto la terra guasta, consumata, in rovina, diventata improduttiva. Un tempo marcito in cui avanza il deserto, testimone di una civilizzazione non più sorretta da un principio, un fine, sterile per mancanza di obiettivi, esaurimento delle idee forza, incredulità, ferma ed inutile come un automobile che contemporaneamente termina il carburante e fonde il motore.
Sono sempre gli artisti i sismografi più precoci dei grandi cambiamenti. Dagli anni 50 del secolo passato, la crisi è diventata insieme oggetto e soggetto della creatività. L’architettura si è involuta, dopo la proibizione dell’ornamento, in semplice ingegneria, senza più un progetto, un’idea generale di città, uno stile. La pittura ha dimenticato prima la natura, quindi ha abbandonato l’essere umano, cessando di raffigurare, rappresentare, sublimare la realtà. Quasi tutto ha perduto un suo centro. Teatro e letteratura non sono stati da meno e, sulle piste della filosofia più seguita dell’epoca, l’esistenzialismo, hanno preso a descrivere la condizione umana come priva di senso, scopo, direzione.
Il concetto chiave è diventato l’assurdo, ovvero l’aggettivo che definisce l’insensatezza della condizione umana al tempo della crisi generale della civiltà europea: assurda la vita per smarrimento delle sue ragioni, perdita della fiducia in se stessa, sintomi e prodromi di un percorso di cui in questi anni vediamo il compimento. Insieme con le idee del passato, le menti più febbrili mettevano per la prima volta in causa anche le ragioni del progresso, nelle due versioni trionfanti, quella liberale, tecnologica e borghese e quella marxista. Prime crepe che si trasformeranno presto in voragini, senza indicare tuttavia vie d’uscita, percorsi alternativi, orizzonti di senso su cui ricostruire nuove fondamenta. La vita intera, la condizione individuale, il destino comune, il ruolo della specie umana sulla terra venivano posti in discussione e dichiarati assurdi, a seguito del crollo di un mondo invecchiato.
Il racconto dell’esistenzialismo descriveva l’uomo o, nel lessico di Heidegger, l’Esserci come un soggetto gettato, immerso nel mondo in quanto l’esistenza gli è stata imposta come frutto del caso o della volontà altrui. Geworfenheit, gettatezza, è uno dei termini del criptico linguaggio del pensatore di Messkirch, ed indica una sorta di passività esistenziale, una condizione non scelta né voluta. Tutto è quindi assurdo, insensato, inutile dinanzi all’abisso di un’esistenza che lo stesso Heidegger chiamerà “essere per la morte”. Accanto alle altre espressioni del non senso della vita, sorse così un teatro dell’assurdo, i cui massimi esponenti furono Eugéne Ionesco, Samuel Beckett, Harold Pinter, Jean Genet. In Italia, un intellettuale straordinario come Cesare Pavese è noto al grande pubblico per un’espressione, vizio assurdo, simbolo di un morboso desiderio di morte, di un’ansia di autodistruzione, un angoscioso cupio dissolvi che condusse Pavese al suicidio in una stanza d’albergo torinese a soli 42 anni, poco dopo aver raggiunto la definitiva consacrazione letteraria con il premio Strega attribuito al suo capolavoro, La luna e i falò.
Uno scrittore romeno emigrato in Francia, Emil Cioran, diventava negli stessi anni una sorta di brillante, azzimato viandante del Nulla, impegnato in un’impietosa autopsia della civiltà agonizzante, a cui vaticinava un lungo, penoso tramonto, convinto dell’infinita vanità del tutto, come scrisse prima di lui, con ben altra profondità, Giacomo Leopardi.
L’assurdo, diventato protagonista dell’involuzione della civilizzazione, prendeva così campo, procedeva a tappe forzate ad una dissezione dei temi e del linguaggio, alla decostruzione e revoca dei contenuti e dei messaggi il cui esito fu una generale decomposizione esistenziale.  Sciatteria, bruttezza e bizzarria elevate a criterio massimo, rigetto della bellezza, disprezzo per un’estetica della vita che è innanzitutto decoro, rispetto di sé, il nonsenso dell’assurdo che invade come una metastasi ogni espressione e innalza l’informe, l’anomalo, l’oscuro. E’ un universo senza Dio dove l’esistenza umana ha smarrito senso e significato, un giorno dopo l’altro procede senza scopo. Si frantuma la comunicazione umana, i discorsi si fanno insensati, illogici, le parole si trasformano in rumori in mezzo alla metamorfosi di cose e persone immerse nell’allucinata irrazionalità delle situazioni. Un quadro astratto di una civiltà che ha smarrito ogni filo mentre, come scrisse Eugenio Montale nella Casa dei Doganieri “la bussola va impazzita alla ventura e il calcolo dei dadi più non torna”.
Il teatro dell’assurdo, prima che una forma di arte è un documento, un grido d’ allarme, una confessione lancinante di impotenza, un segnavia del Nulla. Eppure, in qualche squarcio resiste un messaggio che potremmo definire di disperata speranza. E’ il caso, soprattutto, del Rinoceronte di Eugène Ionesco. Il drammaturgo franco romeno scrisse il Rinoceronte nel 1959, allorché la sua opera più famosa, la Cantatrice Calva, era già da due anni nel cartellone del teatro parigino della Huchette, dove è rappresentata ininterrottamente da allora. Il Rinoceronte introduce il personaggio chiave di Ionesco, Bérenger, che comparirà in diverse altre piéces. Da un piccolo paese della Francia si diffonde dovunque l’epidemia di una strana malattia che trasforma uomini e donne in rinoceronti. Poco alla volta, tutti si adattano al nuovo stato, al punto che l’unico abitante rimasto uomo si convince alla fine di essere lui il mostro della città. Bérenger tuttavia resiste ed è forse l’unico squarcio di luce di un pessimismo privo di sbocchi che nega l’esistenza di vie d’uscita al labirinto dell’assurdo, di cui La cantatrice calva è l’espressione più compiuta, insieme con Aspettando Godot di Samuel Beckett.
Il primo assurdo è nel titolo: non vi è alcuna cantatrice calva, non è che un errore mnemonico di un personaggio, la citazione diventa una manifestazione del mistero e dell’incoerenza, un’allusione che riaffiora. Ionesco si ispirò ad un manualetto di conversazione di lingua inglese per principianti. Riprodusse nel testo teatrale l’incoerenza, la banalità delle battute, come “il pavimento è in basso, il soffitto in alto”, oppure “i giorni della settimana sono sette”. Una vera e propria anticommedia, senza trama e priva di una conclusione, con l’effetto straniamento ottenuto attraverso l’uso costante di luoghi comuni, frasi fatte, incoerenze, surrealismo verbale, l’incapacità dei sei personaggi di comunicare. In realtà ciascuno parla a se stesso senza dire nulla. Metafora di un tempo sospeso, di una condizione insensata, di una civiltà estenuata, curva su se stessa che Ionesco riprodusse in un’altra delle sue opere, Il re muore. Qui Bérenger è il re dell’universo, ma è solo di fronte alla morte, lo scandalo massimo senza rimedio dell’annientamento. Nessuna speranza, nessuna consolazione, nessun Dio: solo la coscienza dell’assurdo, del destino in fondo grottesco dell’uomo, la sua estraneità reale al mondo. Unica espressione diventa il tragico ridicolo, l’assurdo come baricentro di un uomo ridotto a fantoccio, asservito ad un mondo estraneo ed ostile, intrappolato in atroci banalità destituite di qualsiasi logica.
Non troppo diverso è il senso dell’assurdo nell’opera di Samuel Beckett, come Ionesco portatore di una doppia identità culturale e di due diversi registri linguistici. Irlandese trapiantato a Parigi, scrisse sia in inglese sia in francese. I suoi personaggi sono misteriosamente infermi e disperatamente monologanti. Incarnano la solitudine esistenziale dell’uomo contemporaneo, insieme con una paradossale resistenza all’oscuro destino che li sovrasta. La perdita di ogni fede, trascendente o secolare, è in loro radicale, definitiva.
Aspettando Godot, come la Cantatrice, non ha una vera trama e non possiede un finale compiuto. Protagonisti sono due vagabondi, Vladimir ed Estragon, figure enigmatiche e dolenti che rappresentano l’irraggiungibilità o forse la stessa inesistenza di Dio. Giovanni Raboni riconobbe in loro- e nell’intera opera beckettiana- “una strana euforia che si sprigiona in questa discesa eroica ed implacabile nello spessore del Nulla.” Forse il poeta milanese colse nel segno, intuendo un elemento in più della condizione – assurda davvero- dell’uomo europeo contemporaneo, una stramba allegria di naufraghi, per citare Ungaretti.
Beckett, tuttavia, è uomo della rinuncia ad ogni forma di illusione o presunzione. Nessun autoinganno. Non vi è salvezza, e la mente umana nulla può conoscere dell’immenso mistero che rende inesplicabile l’intera la realtà.
Godot non arriverà mai. Al calar della sera, per due giorni successivi un ragazzo annuncia che Godot non verrà. Lo spettatore sa che l’attesa sarà vana, ma i due non cessano di aspettare, tra dialoghi sconnessi accanto all’albero rinsecchito, unica scenografia. Quell’attesa lunga ed infruttuosa, probabilmente, dà loro l’illusione di esistere. Vladimir “Questo ci ha fatto passare il tempo”. Estragon: “Ma sarebbe passato in ogni caso”. V. “Sì, ma non così rapidamente.” Il senso dell’assurdo pervade dunque la vita dell’uomo occidentale da almeno settant’anni, lo mina alle fondamenta, lo disincarna, lo rende una marionetta, capace solo di far passare il tempo.
Un’altra accezione dell’assurdo, dicevamo, è quella che riguarda Cesare Pavese ed il suo angosciante desiderio/destino di autoannientamento, la pulsione suicidiaria che attraversò la sua vita breve e sofferta, sino al tragico compimento. Vizio assurdo è il titolo di un libro di Davide Lajolo, controverso intellettuale ed uomo politico comunista piemontese dal passato fascista. Vi si narra la vicenda umana dello scrittore langarolo, quell’assurda incapacità di vivere di un uomo diviso, divorato da un’acuta, dolorosa solitudine, non in grado di reggere rapporti umani che gli apparivano inguaribilmente falsi, come assurdo gli pareva il mestiere di vivere.
Eppure, niente di meno assurdo, ma insieme di più problematico del messaggio di La Luna e i falò, la storia di Anguilla, un uomo che ritorna al suo paese dall’America (la terra dei sogni e della cultura di Pavese, grande traduttore della letteratura statunitense) e scopre che solo i luoghi sono ancora lì. Tutto il resto è irrimediabilmente altro, cambiato o sparito, le persone, le cascine della sua giovinezza, la giovane Santina amata in segreto, uccisa dai partigiani perché sospettata di essere spia dei tedeschi, tutto è un falò che distrugge e lascia solo tracce di cenere, come per l’incendio della cascina di Santina e delle sue sorelle. “L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò”.
Anguilla/Pavese tuttavia, pur disilluso, intristito e ferito nell’anima non sprofonda nell’assurdo, ed è bellissima la riflessione che enfatizza l’appartenenza, l’identità tenace, la necessità di mantenere punti di riferimento: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Splendida è anche l’intensa semplicità dell’io narrante nel descrivere il senso di oppressione, di estraneità, una ulteriore dimensione dell’assurdo provata lontano dal proprio ambiente natio, il paesaggio collinare della Langa cuneese: “Capii che quelle stelle non erano le mie. […] Valeva la pena essere venuto?”.
Lo scrittore di Santo Stefano Belbo sperimentò amaramente anche l’impossibilità di essere “come tutti gli altri”, impegnato ed allineato nella struttura culturale di fiancheggiamento del Partito Comunista. Fece pubblicare autori davvero scomodi per il materialismo trionfante nella famosa collana “viola” dell’editrice Einaudi, tanto che il filosofo ed antropologo marxista Ernesto De Martino ne sottolineò l’inaffidabilità, considerandolo politicamente sospetto. Pavese forse morì anche per difendere la sua individualità. In qualche modo, non volle ammalarsi di “rinocerontite”, la sindrome inventata qualche anno dopo da Eugéne Ionesco nella sua opera più problematica.
Tempo di rinoceronti, il presente più di sempre: conformismo, adesione al pensiero dominante, disprezzo della personalità critica. Il Bérenger di Ionesco è l’unico che non vuole diventare rinoceronte, il solo che non cede alla nuova verità. “In fondo, un uomo non è poi tanto brutto”, conclude, senza credere al nuovo criterio estetico dei rinoceronti. Chi è in minoranza, vive sempre nell’assurdo: talora si convince addirittura di essere dalla parte del torto, si definisce brutto perché solo, estraneo all’ideario dominante, scettico di fronte ai canoni in vigore. In un mondo di rinoceronti, Bérenger resta l’unico ribelle, il solo dotato di una individualità propria che trascende le regole sociali – vecchie o nuove – le norme precostituite, le idee imposte.
Attraverso di lui, Ionesco, l’uomo dell’assurdo, attacca l’opportunismo, il doppiogiochismo, la standardizzazione. Lasciato dall’ultimo amico, che si unisce ai rinoceronti, abbandonato anche dalla sua donna, Daisy, Bèrenger sta per cedere, ma ha un ultimo sussulto, evade dalla prigione dell’assurdo e, guardandosi allo specchio e trovandosi brutto (guai a chi vuole conservare la propria originalità!), prorompe in un grido estremo di resistenza, enfatizzato dal raddoppio delle frasi. “E allora, tanto peggio, mi difenderò contro tutti. La mia carabina, la mia carabina. Contro tutti quanti mi difenderò, contro tutti quanti. Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine. Io non mi arrendo. Non mi arrendo!”. Fine della rappresentazione.
Nell’estremo pericolo, ritrova il senso, imbocca una direzione, guarisce dalla malattia dell’assurdo. Contro vecchi e nuovi rinoceronti, è la resa il trionfo dell’assurdo.

domenica 17 luglio 2016

7 cose che accadranno quando smetterei di essere controllato da facebook


Link originale: libertà di parola
Tratto da: Nin.Gish.Zid.Da

I social media possono essere un ottimo strumento per tenersi in contatto con la gente, fare nuove amicizie, socializzare in modo efficace e informare ed essere d’aiuto divulgando notizie, articoli, video che possono in qualche modo aprire ad una visuale più ampia.

Purtroppo non tutti lo usano in questo modo. Per molti, il controllo di Facebook è diventato quasi come un lavoro. Essi per hobby, vanno a vedere cosa fanno gli altri ed alcuni diventano così ossessionati da sapere esattamente quello che sta succedendo nella vita di molte persone. Essi svolgono tutti i giochi e seguono tutte le novità proposte dal social. Questa persona potresti essere tu o qualcuno che conosci. Se fosse così, allora forse è il momento di smettere.

Qui ci sono 10 cose che accadranno una volta che smetterai di controllare costantemente Facebook.

1. Riacquisterai il controllo del tuo cervello.
Quando sei ipnotizzato davanti ad una schermata di controllo come Facebook, non stai prestando attenzione al mondo intorno a te. I tuoi animali possono avere bisogno di essere alimentati o di essere portati a fare la loro passeggiata. Lo farai, ma solo dopo che avrai finito il gioco su Facebook. Esci ma sei continuamente davanti a quello schermo, anche con il telefonino. Quando ti staccherai da facebook, inizierai a guardare quello che sta succedendo intorno a te e sarai più consapevole di tutto quello che ti circonda. Per i tuoi animali domestici che soffrono la fame o per i tuoi amici che volevano uscire con te, questa sarà una cosa buona. 

2. Avrai più tempo per te.
I pochi minuti che ti eri ripromesso per collegarti diventano ore e neanche te ne accorgi. Così il tuo tempo prezioso si consuma a fare qualcosa che è del tutto inutile per te, per i tuoi obiettivi e per le persone che hai vicino. Forse non te rendi ancora conto ma l’ossessione da social sta diventando una vera e propria dipendenza. Quando riuscirai finalmente a disintossicarti, scoprirai che la vita si vive fuori, non dentro ad uno schermo.

3. Puoi scoprire chi sono i tuoi veri amici.
Avere una buona amicizia su internet è facile. Messaggiare con le persone e commentare le loro foto richiede pochi istanti. Ci sono persone che commentano tutte le tue foto e mettono il like a tutti i tuoi aggiornamenti di stato. Sappi che hanno speso 45 secondi per farlo, ma appaiono come se fossero veramente tuoi amici. Una volta spento Facebook, queste persone scompaiono. Le uniche persone che ti vogliono bene, sono le persone che si prendono cura di te e che hai intorno. 

4. Scoprirai il valore di te stesso
Sei felice quando qualcuno dei tuoi contatti mette un like ad un tuo post o ad una tua foto. A volte controlli costantemente il telefonino per vedere se si sono aggiunti commenti. Questa è quasi un’azione obbligatoria per dimostrare che le persone hanno visto il tuo post e riconoscono la tua esistenza. Rifletti su questo. Non sono certo i like o i commenti su Facebook che fanno vedere le tue doti o capacità. Molte persone sono troppo vicino al problema per poterlo vedere direttamente, dimenticandosi che noi siamo ben altro di un semplice like o commento fatto da qualche sconosciuto. 

5. Ti sbarazzerai degli stalker.
Praticamente tutti coloro che utilizzano Facebook hanno almeno uno stalker. Questo è particolarmente vero se sei una donna. Le persone possono guardare le tue foto, gli aggiornamenti e tutto ciò senza il tuo permesso. Ricorda che se hai il profilo pubblico tutti sapranno tutto di te, quindi se ti capita di andare da qualche parte e lo pubblichi su facebook, non ti meravigliare se ti troverai lo stalker di turno nel luogo che hai postato. Stai molto attento e cerca di evitare di condividere troppe informazioni sulla tua vita privata. E’ vero che la maggior parte di queste persone che possiamo definire ‘assillanti’, si fermano a dei commenti o ad insistenti messaggi, ma è anche vero che alcuni di essi potrebbero diventare un problema o peggio ancora, degli individui pericolosi per la tua incolumità.

6. Ti sentirai meglio
In uno studio è stato dimostrato senza ombra di dubbio che Facebook ti fa sentire male. Ci sono molte ragioni per questo. Quando registri uno stato e non piace a nessuno, ti senti stupido. Quando pubblichi le foto ed i membri del sesso opposto non commentano, ti senti brutto. Sei costantemente esposto a persone che ti possono giudicare in ogni momento. Come tutto questo non dovrebbe farti sentire inferiore o totalmente depresso?

7. Ti renderai conto che tutto ciò che rappresenta Facebook sono annunci pubblicitari.
Non abbiamo alcun dubbio che ci sono persone su Facebook che legittimamente si prendono cura di te. Tuttavia per Mark Zuckerberg è un pezzo di dati nel suo database per essere estratto e sfruttato. Il tuo lavoro su Facebook è quello di visualizzare annunci pubblicitari, spendere soldi per giochi e rendere il sito ricco. Ma puoi fare altro, puoi usare questo canale per informare e risvegliare le persone e puoi aiutarle nel loro percorso di crescita.


mercoledì 29 giugno 2016

l'Anticristo Europeo



Post fulmineo per segnalarvi e suggerirvi la lettura di un breve racconto di Vladimir S. Soloviev.

Il racconto s'intitola: "Il Racconto dell'Anticristo", fa parte del libro " I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo" (1900), la sua opera ultima.

Di particolare interesse è il modo in cui l'Anticristo viene presentato; vegetariano e animalista, incanta il popolo con magie e illusioni ed è eletto Presidente dell'Unione Europea.

Questo Anticristo irrompe in una storia umana desacralizzata, svuotata di orizzonti trascendenti, agendo nel vuoto, in una frammentazione orizzontale di religioni, culture, popoli, accogliendo ogni aspetto del reale ma spogliandolo al tempo stesso di ogni significato essenziale.

Cito alcuni brani che mi hanno colpito (il grassetto è mio):

Poco dopo la pubblicazione della Via aperta, che fece del suo autore [l'Anticristo N.d.R.] l'uomo più
popolare che fosse mai comparso al mondo, si doveva tenere a Berlino
l'assemblea costituente internazionale dell'Unione degli Stati Unitid'Europa. Questa Unione, istituita dopo una serie di guerre esterne ed
interne, collegate con la liberazione dal giogo dei Mongoli e che aveva
mutato in modo considerevole la carta dell'Europa, questa Unione era
esposta al pericolo di uno scontro, ora non più tra le nazioni, ma tra i partiti
politici e sociali. I reggitori della politica generale europea, appartenentialla potente confraternita dei framassoni, si rendevano conto della carenza
di una autorità generale esecutiva. Raggiunta al prezzo di tanta fatica,
l'Unione europea era ad ogni istante sul punto di disgregarsi. Nel consiglio
dell'Unione o tribunale universale (Comité permanent universel) non si era
raggiunta l'unanimità, perché i veri massoni, votati alla causa, non erano
riusciti a impadronirsi di tutti i seggi. I membri indipendenti del Comitato
stringevano fra loro degli accordi separati e questo fatto prospettava la
minaccia di una nuova guerra. Allora gli «adepti» decisero di rimettere il
potere esecutivo nelle mani di una sola persona, munita dei pieni poteri
necessari. Il principale candidato era un membro segreto dell'ordine,
«l'uomo del futuro».
[...]
L’uomo del futuro fu eletto presidente a vita degli StatiUniti d'Europa.
 Ci sarebbe molto da dire su questo brano, ma rimando tutto ad un prossimo post o alla buona volontà di altri, ché io ho sempre poco tempo.

Un altro brano che colpisce (il grassetto è mio):

Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di
compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico deglianimali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose imattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animalifurono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue
opere fu la solida instaurazione in tutta l'umanità dell'uguaglianza che
risulta essere la più essenziale: l'uguaglianza della sazietà generale. Questo
evento si compì nel secondo anno del suo regno. La questione sociale,
economica, fu definitivamente risolta. Ma se la sazietà costituisce il primo
interesse per chi ha fame, per quelli che sono sazi sorge il desiderio di
qualche cosa d'altro.
Perfino gli animali, quando sono sazi, vogliono di solito dormire, ma
anche divertirsi. Tanto più l'umanità, che sempre post panem ha reclamato
circenses.
Qui tutto andrebbe evidenziato, soprattutto l'uguaglianza della sazietà generale ma ancora il tempo stringe, lascio qualsiasi analisi ad un futuro (si spera) prossimo, o alla buona volontà di qualcun altro.

Qui il racconto completo in PDF: Il Racconto dell'Anticristo.

sabato 4 giugno 2016

Governati da una teocrazia



L'umanità è liquida. Malleabile e adattabile a qualsiasi modello venga calato dall'alto.

Si arriva ad accettare la mercificazione totale, è mercificata la Vita stessa e non solo, persino l'atto del dare alla luce una nuova vita, la capacità di portare in grembo una nuova vita è diventato un servizio al consumatore, un prodotto da vendere.

Il Capitalismo assoluto è la nuova forma di governo mondiale, il dio Mercato è il dio delle masse, il Capitalismo assoluto è una teocrazia.

È nella natura umana guardare in alto per cercare qualcosa di più grande, dare una giustificazione alla nostra esistenza cercando il Divino fuori e dentro di noi. 

Di solito il primo passo è la ricerca esterna a noi. Quando l'Ego è pienamente sviluppato (tra gli 8 e i 10 anni), ci rendiamo conto di essere individui separati dal mondo. È in quel momento che si viene agganciati dal dio Mercato, e noi siamo ben lieti di rifugiarci sotto la sua dispotica ala. Il mondo è grande e noi piccoli, e il mondo fa paura.

Viviamo in un reale paradosso psichico. Una perpetua dissonanza cognitiva. Siamo governati da una teocrazia sacrilega, che sistematicamente profana ed oltraggia ciò che è sacro; la Natura.

Una teocrazia che nega sé stessa, dicendo di essere l'opposto di ciò che realmente è. 

Inconsciamente, nel profondo, siamo consapevoli di questa situazione ma ammetterla e, soprattutto, accettare la verità che comporta, è insostenibile, è traumatico. Quindi si innesca un meccanismo di difesa che porta le persone a negare la realtà e a distruggere tutto ciò che potrebbe ricordarglielo. 

Tutto ciò che è anche solo lontanamente spirituale e profondo viene deriso, e se qualcosa è troppo grosso per essere distrutto allora lo si de-spiritualizza, gli si toglie ogni barlume di sacro, e lo si fa piegare ai comandamenti del nuovo dio (come sta facendo papa Ciccio, che è in tutto e per tutto il Messia del dio Mercato, porta la sua parola ai popoli).

La soddisfazione materiale immediata non è un diritto nella teocrazia del Capitalismo assoluto, ma un dovere a cui non ci si può sottrarre. Chi lo fa è marchiato come eretico ed espulso dalla società, in modo da non turbare gli animi dei credenti.

La Verità stessa è diventata un concetto soggettivo, nessuno può sapere la verità è il mantra di questa religione, uno dei suoi dogmi fondanti e visto che nessuno può sapere la verità perché cercarla?

La verità è che l'umanità è ancora quel bambino spaventato che ha scoperto di essere solo davanti al mondo, la paura della libertà era forte ed è arrivato un dio che ci ha detto: "Non preoccuparti, ti farò dimenticare questa paura se mi adorerai." noi gli abbiamo creduto, l'abbiamo accolto come un salvatore, ma il prezzo è stato enorme: la Pazzia.

Per farci dimenticare la paura il dio Mercato ci ha resi pazzi. 

Dobbiamo scendere dentro di noi, ritrovare quella paura e superarla. Così diventeremo adulti, finalmente non più preda della paura.    

lunedì 23 maggio 2016

Cosa fare?



Davvero c'è un baratro davanti a noi, stiamo correndo verso l'abisso con lo sguardo incollato al cellulare. 

Vorrei dire VOI, ma devo usare il NOI perché anch'io vengo spinto verso il baratro, nonostante cerchi di andare dalla parte opposta vengo trascinato dalla folla. Da persone rese cieche dal cellulare, lo sguardo perso in un mondo che non esiste.

Si corre in mezzo ad una palude velenosa. Mangiamo veleno, beviamo veleno e respiriamo veleno.

Che banalità! Quante volte avete sentito o letto ciò che qui sopra è scritto? Ormai ha perso di significato, sapete che è tutto vero eppure non impiegate un secondo per cambiare. 

Come? Come si cambia? Ah intendo cambiare sé stessi non il mondo, troppo facile annunciare: "cambierò il mondo" senza cambiare sé stessi. 

Ogni libertà va conquistata prima a livello di pensiero, quindi per cambiare sé stessi bisogna cambiare il nostro modo di pensare, di costruire i ragionamenti, bisogna, insomma, cambiare il nostro immaginario, perché è il nostro immaginario a definire le nostre azioni e quindi la realtà intorno a noi (si, è tutto intorno a te).

E come si cambia la nostra mente? La nostra mente si cambia modificando i nostri comportamenti e viceversa.

1) Buttate via la televisione. Si lo so, banalissimo, lo dicono tutti i guru più cool, e in effetti non avere la televisione fa molto snob. La TV è uno strumento micidiale, propaganda disponibile 24/24 che plasma, letteralmente, l'immaginario di intere nazioni, del mondo oserei dire, e poi questo immaginario si traduce in azione, perché noi tentiamo di realizzarlo, cambiando così la realtà che ci circonda... non so se cogliete il potenziale utilizzo di questo strumento di controllo. Per approfondire: Se fai l'amore con la televisione... e Cos'è la realtà?  

Dopo che vi sarete sbarazzati della TV (adesso hanno fatto la furbata di mettere il canone RAI nella bolletta elettrica...), vi serviranno nuovi mezzi per informarvi, internet fa al caso vostro ma, ed è un ma grosso come il K2, niente Facebook, Twitter, Instagram (uno dei peggiori), etc. etc.  quindi il punto due è:

2) Niente Social Networks. Perché? Vi starete chiedendo, oppure: "Eh si ma cheppalle non ti va bene niente." Già può sembrare così, la verità è che ci sono davvero poche cose che vanno bene a questo mondo. I Social Networks (Reti Sociali) anzitutto sono il contrario della socialità, che è incontrarsi e guardarsi negli occhi, essere presenti fisicamente e mentalmente. Tuttavia la cosa più subdola dei Social è che soffocano la capacità di argomentare, parola strana eh? La capacità di argomentare consiste nel saper sostenere un discorso (argomentazione) mediante il quale si cerca di fornire un fondamento alla propria posizione (asserzione) su un qualsiasi tema. Continuando su questa china si arriverebbe a parlare di filosofia (bleah! roba da vecchi, meno male che la stanno togliendo dalle scuole, noi siamo gggiovani), logica (ri-bleah!) e retorica (questa non sapete neanche cosa significa), quindi passiamo oltre.

Come avrete capito argomentare non è semplice, richiede conoscenza del tema che si vuole sostenere, una capacità di linguaggio articolata e (ma forse chiedo troppo) la conoscenza di, almeno un po', di retorica. Ho messo quelle parole in grassetto per un motivo, il motivo è che quella capacità di linguaggio è ciò che i Social ci tolgono. È vero che Facebook permette di scrivere post lunghi ma quanti lo fanno? E in quanti li leggono? I Social  ci tolgono la capacità di argomentare imponendoci di esprimerci in poche, pochissime parole, o solo in immagini. Non basta postare una frase famosa per sostenere un argomento (o un immagine con una frase famosa), bisogna studiare e questo mi porta al prossimo punto:

3) Studiare la Storia. Questo è un punto che farà storcere il naso a molti, del resto la scuola fa il suo dovere togliendo la voglia di conoscenza e studio (una rivelazione: studio e scuola non sono sinonimi). Perché studiare la storia? Semplice, per capire il presente. Studiate il passato per comprendere il presente e, quindi, vedere il futuro. Capire il presente non vi farà più sentire smarriti, saprete analizzare criticamente gli eventi, trarre delle conclusioni e delle opinioni che siano Vostre e non di esperti a gettone che berciano dalla scatola parlante (TV).

Ma forse volete qualcosa di più immediato... qualcosa che si possa fare subito, magari domani stesso? O forse oggi? Le banche sono ancora aperte?

4) Chiudete il conto in banca/posta. Noi abbiamo un'arma. Potente, molto potente. Noi abbiamo i soldi. Soldi che non sono altro che carta straccia a cui noi diamo un valore, ma che intrinsecamente non ne hanno alcuno. Il sistema si basa su questo, il fatto che non sappiamo di poter usare i soldi, i nostri soldi, come arma. È un gigante che si regge su piedi di carta e lo sanno, per questo stanno intervenendo: ora non si possono prelevare più di mille euro in contanti dallo sportello, pagamenti non superiori ai cinquecento euro e, fra poco, abolizione del contante e denaro digitale per toglierci proprio quest'ultima arma.

È da otto anni che non ho un conto e sto benissimo, ma io sono un Disadattato. 

domenica 21 febbraio 2016

A che gioco giochiamo?

Ecco un metodo semplice e pratico per capire e dominare le dinamiche interattive della
comunicazione verbale.

   E per una volta non parliamo di immagini e simboli, non di linguaggi preverbali e immaginario collettivo, ma proprio di comunicazione verbale: della cara, vecchia, tattile, concreta, ineludibile parola.
   Ma anche qui le cose sono assai più complesse di quanto possano apparire a prima vista, anche qui le cose hanno molteplici sfumature e livelli di lettura, ed anche la comunicazione verbale non assomiglia affatto ad un indiscutibile monolite assiomatico di chiara e univoca lettura, quanto piuttosto ad un labirinto di possibili interazioni e interpretazioni che possono sia aprire la strada alla vastità del linguaggio poetico, come nascondere tranelli comunicativi anche nella più banale delle affermazioni.

   Questo sostanzialmente per due motivi, da cercare uno all’“interno” dello strumento stesso, e l’altro all’“esterno”, ossia nell’interazione intercorrente tra i due interlocutori.
   1 - interno) Una parola ha sempre una “densità” di significati che oltrepassa il semplice significante. (concetto studiato e descritto sostanzialmente dalla semantica di De Saussure
e dalla psicanalisi Freudiana).
   2 - esterno) Anche essendo in 2 soli interlocutori, esistono ben 9 possibili modalità di interazione dialettica tra di essi, di cui solo tre saranno comunicativamente efficaci, mentre le altre 6 tenderanno a stabilire dei “giochi erronei”. (concetto esposto nell’Analisi Transazionale di Eric Berne).

Vediamo di spiegare:

   1) SIGNIFICANTE e SIGNIFICATO: anche nella comunicazione verbale possiamo scorgere almeno due livelli su cui essa si svolge contemporaneamente: uno conscio e uno inconscio, uno (il primo) che chiameremo il SIGNIFICANTE (ossia il veicolo, il suono, il significato più comune attribuibile a quella parola, il senso comune per il quale quella parola viene intesa e descritta nei dizionari), e un secondo, che chiameremo SIGNIFICATO, che attinge all’inconscio tramite la libera associazione, la condensazione, la trasposizione e la metonimia… ebbene si, ancora una volta si tratta di immagini, quella somma di immagini mentali e fotografiche che immediatamente si associano nella nostra mente ad una parola data, parola che perde immediatamente il suo significato “ufficiale”
per assumere una maggior “densità”, o una particolare colorazione data appunto sia dal contesto che dalla particolare interazione tra i due soggetti della comunicazione (tratteremo quindi questo aspetto nell’ ambito della comunicazione visuale).
   2) GENITORE, ADULTO, BAMBINO: due soggetti possono entrare in contatto verbale in 9 modalità differenti (e quindi stabilire altrettanti piani e modi di comunicare): facciamo un esempio pratico per entrare nel vivo del discorso, prima ancora di affrontarlo teoricamente.
   Quello che usiamo maggiormente nel rapportarci sarà del tipo Adulto >> Adulto: ossia, tendo a pormi all’altro in modo obiettivo e paritario, stimolando in lui una reazione analoga. Ma ora immaginiamo il capoufficio venire verso di noi su tutte le furie per un’aspettativa mancata: si rivolgerà a noi nello stesso modo? Certamente no, ma userà una comunicazione “trasversale” in cui, anche se le parole hanno un “significante” adulto, la loro intonazione, certi vocaboli, certe espressioni tipiche, saranno del tipo Genitore >>Bambino, attraverso il quale otterrà il vantaggio psicologico di dominare in modo autoritario ed a senso unico la conversazione: “Ma insomma, Fantozzi, oggi non me ne combina una giusta, cosa devo fare per farmi capire da lei? E stia un po’ attento, perdiana, che non siamo qui per giocare …” L’interlocutore sarà automaticamente portato ad identificarsi nella parte “bambina”, probabilmente balbetterà una scusa, ma avrà perso il round. Probabilmente rientrando a casa frustrato per non aver saputo “tener testa” al suo principale, riverserà sulla moglie lo stesso meccanismo, ed invece di reagire ad un “Ciao, come va” in modo pacato ed adulto, risponderà scocciato: “Dai, piantala che oggi non è giornata, piuttosto dimmi cosa c'è per cena… non avrai mica fatto ancora la solita cotoletta, spero!”, anche qui un messaggio “trasversale” da Genitore a Bambino che chiuderà qualsiasi normale e aperto sviluppo alla comunicazione: da lì in avanti probabilmente la serata casalinga procederà con un intreccio erroneo di messaggi trasversali, che otterranno solo la fuga dal “gioco erroneo” di uno dei due soggetti.
   Questo tipo di comunicazione “trasversale” infatti è monco, non ammette risposta, ed indica la precisa volontà di non voler affatto mettersi in sincero contatto con l’altro, ma di esercitare su di lui, in quel momento, un preciso dominio psicologico. È esattamente il tipo di comunicazione oggi usato nei notiziari, nei TG, e nei media in genere.

I TRE COMPONENTI DELL' IO
   Saltiamo a piè pari l’impianto completo dell’analisi transazionale che qui non ci interessa, e soffermiamoci invece su questo singolo aspetto che diventa uno strumento semplice e formidabile per capire le transazioni erronee e correggere, o toglierci, dai conseguenti errori di comunicazione.
   In modo simile a quanto fatto da Freud, Berne suddivide l' io psicologico in tre settori: il Genitore (grossomodo corrispondente al Super-Io freudiano, è il settore dell’autorità), l’Adulto (corrispondente all’Io freudiano, è il settore della coscienza vigile, della fattività matura) ed il Bambino (corrispondente all’Es freudiano, è il settore dell' impulsività, dell’emozione primordiale, delle pulsioni non ancora controllate dall’Adulto).
   Questi tre stati non sono tra loro separati ed indipendenti, ma in comunicazione
continua; sintomo di maturità è proprio la capacità dell’Adulto di mediare le rispettive
pulsioni, e di sapersene far carico “elasticamente” e armonizzandole, e di potersi spostare a
piacere in una delle tre, assecondandola o reprimendola. Al contrario, sintomo di malattia
sarà la “fissità” dell’io in uno dei tre stadi, una fissità generalizzata che comporta
l’incapacità di spostarsi e di farsi carico delle pulsioni degli altri stadi, che verranno o
inconsciamente rimosse o attivamente negate. Per esempio, chi risponde a quasi ogni
stimolo sempre in modo autoritario ha una caratterialità “fissata nel Genitore”, così come
chi risponde sempre deresponsabilizzandosi e non dando il giusto peso a questioni gravi
ed importanti ha una caratterialità fissata nel Bambino. La caratterialità sana, pur essendo
fissata principalmente nell’Adulto, ha la capacità di “spostarsi” senza troppi problemi tra
le tre: per esempio, a letto una coppia può temporaneamente regredire allo stadio di
Bambino e gioirne senza problemi (linguaggio e atteggiamento innocente e affettuoso,
giocosità erotica, ecc) cosa impossibile per chi è fissato nel genitore, che in quanto tale sarà
portato a liquidare come “sciocchezze” ogni effusione o rapporto bambino, e ad instaurare
un controllo di tipo sadomasochista per un sostanziale sentimento di paura.
   Paura derivante dal non pieno controllo di qualche pulsione rimasta inconsciamente
attiva a livello bambino, e che minaccia l’Adulto, costringendolo proprio per questo a
difendersene fissandosi al ruolo di Genitore. Come si vede tale schematizzazione dell’io
psicologico si presta ad una immediata e semplice comprensione delle dinamiche e del
modo di porsi dell’individuo in generale rispetto all’altro, diventando così uno strumento
utilissimo per lo studio della comunicazione.

   Cosa succede infatti nella transazione relazionale? A questo punto è facile intuire che,
prendendo due soggetti e ponendoli di fronte, avremo tre “partizioni” per ciascun
soggetto, ognuna delle quali può stabilire una comunicazione con una qualsiasi delle tre
altrui. Berne afferma quindi che solo le transazioni che avvengono in linea retta (Genitore
>> Genitore, Adulto >> Adulto, Bambino >> Bambino) generano una comunicazione
corretta, mente quelle che avvengono per via obliqua (per esempio Genitore >> Adulto o
Genitore >> Bambino, ed in modo simile per gli altri stadi) generano una comunicazione
erronea, un “gioco” che tende ad intrappolare in una qualche forma di controllo anziché a
comunicare in modo efficace e spontaneo.
   Torniamo al nostro esempio sotto le lenzuola: se il partner mi stimola in modo giocoso e
con frasi ingenue e “stupide”, io posso accettare il gioco (relazione Bambino >> Bambino)
ed in questo caso si svilupperà una comunicazione corretta tra i due stadi (per quanto
sempre sottoposta al benestare dell’Adulto, sempre presente: solo nella completa follia si
ha la totale sparizione dell’Adulto); ma se io risponderò scocciato “Dai, piantala con queste
bambinate” mi sarò posto nella modalità Genitore >> Bambino e, rimproverando il
bambino altrui, cercherò il suo controllo anziché una comunicazione spontanea.

Altro esempio di transazione relazionale:
   Il marito chiede: “Sai dov’è la mia cravatta nera? Non la trovo da nessuna parte” (Adulto
→ Adulto).
   Se la moglie risponde: “Non so, non l’ho vista”, abbiamo una transazione complementare
(Adulto → Adulto).
   Se la moglie risponde: “Perché dai sempre la colpa a me?” si determina una transazione
incrociata (con il Bambino che risponde al Genitore, invece dell’Adulto che replica
all’Adulto), interrompendo la comunicazione; lo stesso effetto si verifica con la risposta:
“Ecco, perdi sempre tutto!” (in questo caso, è il Genitore della moglie che si rivolge al
Bambino del marito).

   E ALLORA? Allora è facilmente intuibile che io posso intenzionalmente sviare una
corretta comunicazione ponendomi volutamente in una transazione incrociata, e
mantenendola. Se vorrò esercitare un controllo di tipo autoritario, per esempio, ed una
comunicazione - trappola dalla quale sarà impossibile uscire porrò una transazione di tipo
Genitore >> Bambino; allo stesso modo una transazione di tipo Bambino >> Adulto potrà
porre un ricatto emotivo comunque atto a controllare emozionalmente l’altro proprio
attraverso un messaggio di “debolezza”.
   Qualsiasi comunicazione di tipo Pubblicitario / Propagandistico, per funzionare, si
pone proprio attraverso una transazione incrociata: nel caso di un semplice spot la cosa
sarà limitata sia nel tempo che nella portata degli effetti; molto più grave la Propaganda, in
quanto non limitata nel tempo e che investe aspetti importanti e vitali dell’esistenza delle
persone. Pur essendo le due facce della stessa medaglia, possiamo affermare a buon diritto
che la propaganda è la faccia negativa della pubblicità, anche perché viene generalmente
utilizzata per indurre comportamenti contrari all’interesse stesso della massa cui è rivolta
(anche se è possibile utilizzarla per indurre comportamenti vantaggiosi infatti, a questo
punto decade la necessità stessa di una “persuasione occulta” in quanto gli stessi sarebbero
naturalmente accettati di buon grado; ma possiamo comunque avvalercene anche in senso
“buono”, per esempio per indurre comportamenti virtuosi non ancora entrati a far parte
dell' Immaginario Collettivo.
   Un esempio a caso, dite? Ma l’introduzione di moneta locale, parbleu!)

   PROVATE A GIOCARE: per comprendere appieno quanto qui brevemente esposto,
potreste provare un paio di esercizi pratici:
   1) Osservazione: al bar, al mercato, tra gli amici, provate a seguire il dialogo tra due
persone e cercate di capire che tipo di transazione instaurino. A proposito: anche parlare
sempre degli stessi argomenti non per arrivare a qualche conclusione, ma per la pura
gratificazione immediata, è un “gioco” in cui la comunicazione assume lo stesso significato
simbolico, che ne so, di un lecca-lecca: i “fan” di qualsiasi cosa che trovandosi parlano
quasi sempre dello stesso argomento usano la comunicazione per pura autogratificazione,
e come compensazione di qualche mancanza affettiva.
   2) Forzate la transazione: potreste poi provare ad impostare con una cavia (il/la partner
in genere sono cavie perfette) una transazione volutamente incrociata e mantenerla ad
oltranza… osservando come il partner affronterà lo spiazzamento che sicuramente gli
causerete.
   3) Riportare una transazione erronea nei giusti binari: Ecco, ora siete pronti per
individuare le erronee transazioni incrociate, capire dove vuole andare a parare l’altro e
provare a riportare (ma questo dipenderà anche da lui) la comunicazione entro binari
paralleli.

   E dato che quest' ultima cosa non è possibile farla con uno schermo, ecco perché la TV
vince sempre!

Mondart